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mercoledì 2 aprile 2014

I MIEI LIBRI- QUELL'ULTIMA CALDA ESTATE


                       
                                                                        Copertina








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Prefazione

  Una lotta  estrema. Un  amore estremo, in un eccesso di sensibilità diventata  malattia, in  cui i protagonisti sono convinti di aver perduto la “metà” della propria vita e di non poterla più ritrovare. Ritrovare in essa, un modo nuovo di esistenza, di felicità. E  il  tempo  che inesorabile trascorre e obbliga  a  guardarci  in modo “storico”, volgendoci  molto spesso al passato, consapevoli  che  è il  vero fattore determinante della vita. Vivere oggi una passione non vissuta nel passato. 
Protagonisti assurdi,  ubriachi e dissoluti; spesso affettati, artificiosi, bizzarri. Vere caricature umane.  E’ questo il motore  della  vicenda, o,  se  vogliamo, il  suo peccato originale. Il Tempo, o il “destino”, si mettono  in  qualche  modo al servizio degli uomini costretti a rappresentarsi  continuamente, a collocarsi negli spazi, nei  luoghi, nei  simboli, nei  presagi, nelle  cose, in ogni percorso, affinché  ogni funzione  sia convincente, o almeno credibile, organizzando la loro felicità  o dannazione, manipolando e travestendo la quotidianità  in  un’opera  dell’artificio  dei  sentimenti, in  patetici e falsi  scenari esistenziali  dove  nep-pure  la catastrofe, la morte, sempre esorcizzate, sfuggono alla teatralizzazione  dei  sentimenti,  privati   e personali.  Un  “mondo” in cui la presenza, l’esserci, l’agire, non  è più  garantito ma continuamente sotto-posto alla propria dissoluzione. Quel mondo era ormai compiuto.








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Quei destini rubati

di oliva.novello 29 agosto 2016


Con questo libro Sergio Ghio ci regala pagine di indicibile bellezza, con la ricchezza lessicale che gli è propria e che sa trasformare la prosa in poesia, mutuando talora da  quell’universo il suo linguaggio, con uno stile corposo, elaborato e personale. La narrazione inizia con l’incontro fra il nostro autore e un vecchio montanaro della Val Cicana, il quale gli racconta le vicende della famiglia Grixia, i cui membri erano presenti in quei luoghi da centinaia d’ anni, pastori senza gregge ma pastori, civiltà contadina che verrà spazzata via dai ciclopi del rinnovamento in lampi di tuoni e di guerra. I primi capitoli del romanzo sono dedicati a Rachele ed Aimone, figli adolescenti di due fratelli Grixia, Ignazio ed Asterio, colti nello sbocciare del corpo e dei sentimenti nell’Eden dell’aspra valle ligure, che saranno costretti a separarsi quando una grande tragedia colpirà Rachele. Al centro dei cambiamenti in atto negli anni Cinquanta, si trova Asterio Grixia, padre di Aimone, in un tourbillon di personaggi, di vicende, di intrighi in cui ci si sente  travolti; sono pagine  popolate dai personaggi più disparati e inverosimili: ubriaconi, delinquenti, prostitute, fattucchiere, il tutto arricchito di tanti dettagli, di tanti particolari (la réclame, la radio, l’Eiar,  i prodotti taumaturgici, le sigarette Eva, la rivista  “Grandi firme”, Veronica  Lake, gli  sciogli lingua tedeschi del metodo di Otto Popper, ecc.) che si ha l’impressione di un fondamento di verità nella storia narrata. Asterio, travolto dalle conseguenze del cambio epocale, incapace di adeguarsi alle novità e vittima di antichi e nuovi soprusi, in un delirio di disperazione distrugge con il fuoco il vecchio mulino  di  sua  proprietà e vi  trova la morte. Magistralmente tratteggiate, oltre a quella di Asterio, le figure di Aimone, figlio che ha deluso il padre sotto ogni punto di vista, e della cugina Rachele, nonché quella di Isadora, moglie e madre, che reca nel corpo e nella mente le ferite della famiglia d’origine. Ma si può dire altrettanto dei personaggi minori che ruotano attorno ai Grixia, come le bella Abigaile o Stellina, e le varie sanguisughe senza scrupoli che sacrificheranno Asterio per salvare loro stessi dal baratro della povertà. Sarà il figlio Aimone a cercare quella giustizia che il padre invocava con mani vuote che ingombravano la stanza,  nell’ultimo suo tentativo di salvarsi dal disastro.
Romanzo, avvincente, scritto con più registri, storia da tradursi in versione cinematografica, che per tema e collocazione temporale, potrebbe inserirsi nella scia dei film del neorealismo , anche se Sergio Ghio, non facendo parte di quella generazione, dà un tocco personalissimo al racconto. Già il dipinto scelto per la copertina, paesaggio espressionista, ben rappresenta e racchiude l’intera vicenda umana, qui narrata. Storia originale con accenti struggenti, romanzo da gustare in tutta la sua bellezza!




oliva.novello


Oliva Novello nasce a Mirano (Venezia), dove tuttora vive, nel 1949. 
Ha svolto  il suo  lavoro  nell’amministrazione  scolastica. Amante dell’arte e della musica ha seguito per diverso tempo corsi di entrambe le discipline; da parecchi anni è corista nel gruppo musicale “Guido Cingano Ensemble”-Classic Sound, Associazione  Culturale  e di volontariato  di cui è anche presidente. Ha fatto il suo esordio sulla scena della scrittura poetica nel 2010 con la collezione “Esitan…do”- versi in libertà; 
è del 2011 la seconda collezione “Foglie”- Raccolta di versi.   



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Avvertenza

  
   Quando entrai nella valle, il sole scioltosi dalle catene della notte iniziava a sorgere oltre l’orizzonte degli alti monti quasi come monumentali e salde fortezze in mano  alla natura. Boschi  rigogliosi e inaccessibili, rocce vestite di verdi  muschi,  orridi  dalle  bianche  pareti,  spaccate in crepacci. L’aria 
del  mattino  fortemente stratificata in tutto quel bagno verde, era vivacizzata dalle esplosioni della dinamite nelle miniere sugli abissi di pietra. Tutto quadrava con la stoffa a finestra di un uomo che pareva navigare nei crepuscoli dei ricordi vorticosamente, nel delirio della stupefacente botanica e l’occhio ignaro del cane  pastore accovacciato lì accanto.   
  Il  vecchio  montanaro aveva le sembianze  d’un avezzo adamante accartocciato, e mi guardava sorri-dente con quello  sguardo folle e velato che hanno i birbanti consapevoli  che non rappresenta  nè una schiarita, né una certezza, mostrandomi sorridente gli ultimi denti ingialliti capaci  ancora, come  una morsa logora e arrugginita, di stringere nelle sue ganasce la pipa di legno con un piacere fulmineo. Pareva ridere di  me, come dicesse:
  “C’è qualcosa di meglio d’una bella pipa consolatoria?”
  No, pensavo, vedendo  con quale piacere scaraventava in aria le vampe fumose d’un qualche diavolo che bruciava dentro.
  ”E’ meglio dei vangeli”, dissi un po’ soggiogato così come ammoniva Cioran nei suoi  sillogismi  sul  tabacco. Mi  trovavo di fronte a un vecchio montanaro quasi centenario forse unico esemplare di una comunità ormai  scomparsa  della Val  Cicana, che  vedevo  per la prima volta.
  Portava una camicia di ruvido  cotone a  quadri  neri e rossi, e in testa un cappello  di  feltro  nero, e dalla grossa pipa mandava nell’aria guizzanti sbuffi di  fumo  azzurrini. Il  volto  disseccato, chiazzato di feccie brune, i baffi incanutiti, tradivano l’età.  Eravamo  ai primi freddi d’autunno, e mi ero spinto fin lassù  durante  le mie ricerche di vecchie storie locali. 
  “Una volta qui c’erano legioni di mulini, e la gente vi si affollava ronzante come api sul  miele”, disse soffiando fuori  una  boccata di fumo  da buon intenditore, “sono  rimaste  le cave  di pietra…rendono  di più, e questo non mi stupisce...”.
  E mi  raccontò  con  lo sguardo sfocato sull’orizzonte, della sua quotidianità fortemente ancorata a quella  terra, una struggente nostalgia nel ciclo  delle  generazioni, la  coscienza che quel  mondo irripetibile non poteva essere più  ristabilito. Della sua vita “precedente” di cui avvertiva gli spasmi, mi  rivelò non senza  pudore, d’avere sfruttato ogni elemento, da contadino  ad allevatore, da  minatore  a  mugnaio. Anche  la bestia da soma lungo i fiumi tirando i barconi di sabbia e gridando proprio come le bestie quando stracarichi, non si muovevano  d’un palmo:
 Quegli animali, li conosceva bene. Durante la Grande Guerra faceva  il  conduttore muli,  guadagnan-dosi  due  menzioni  speciali e perso  un dito...
  “Vedi, i muli a volte non capiscono  ragione, sono  degli animali molto strani. Anche a bastonarli  tutto  il  giorno non si muovono d’un passo. Sono tremendi. Non vogliono sentir discutere. Ma  cosa  puoi farci? Niente. Come per  la  vita  più  miserabile che esista”, sussurrò  appena alla fine, ”e che non ti chiede mai  scusa di quello che non comprendi a  questo mondo. Di  quell’altra,  poco mi importa...ma ora ascolta...guardati intorno, quale miglior luogo  di  questo! Anche il diavolo ci veniva a passarci le estati”. 
  Era ciò che volevo  sentire. Mi offrì un bicchiere di vino e  mi raccontò di una strana vicenda di terra, di mulini e di uomini, di spiriti  a tutela di un’indipendenza minacciata dalle  nuove  istituzioni, e insinuatasi  in tutte le  nuove  forze, avvenuta su quelle terre nei primi anni del cinquanta. .i uomini sovente vengono sedotti da ogni ricchezza e abbondanza"mulino,così da fabbricare farina.Appunto,la "55555555555555555Ci   fu un tempo in cui nella moltitudine delle varietà  delle cose adeguate all'esistenza, al lavoro dei contadini spogliatisi d’ogni vezzo, d’ogni affezione sociale e mondana nella nudità  della  loro esistenza  lottarono contro  tutte  le  forze  moderne che si abbattevano ai loro
piedi e li cacciava dal campo  della storia, continuando  caparbiamente quell’antico  lavoro, e i vecchi mulini adeguati all'universo  primitivo, votati  ora  all’imminente catastrofe, ancora  sfolgoravano  sotto i raggi del sole quando come  il  sole, erano fonte di vita per gli uomini e per  i paesi, e ancora  ai boschi coi suoi ruderi così neri e ignoti, dove i fiumi da lì ricomposti, distendevano  le acque dal gelo della notte, il giorno si toglieva il velo nebuloso per guardare all’Oriente.
  Nei primi anni del  secolo ventesimo, la valle  della  pietra  nera brulicava  ancora di vita prima che i ciclopi  del  rinnovamento la gettassero in quello  sfracellarsi  dell’esistenza,  in lampi e  tuoni  di guerra di lì a poco. Dove pure le città ferventi di idee  nuove  s’arricchivano  di officine, di codici  del commercio e i vari eserciti di costruzioni  da guerra, spingendo  fino  al cielo altrettanti torri e arnesi di battaglia.
  Alcuni decenni dopo la maggiore  parte  di  essi erano scomparsi sotto
 l’incessante avanzata di un’altra “civiltà”. E  per il commercio educato all’infinito  dagli  interessi  e dal  potere degli Stati, sminuzzando la società al  minuto, ricoprì  il  mondo  del  ferro delle navi, accumulò e disperse ricchezze  dovunque, spinse  le  sue  peregrinazioni economiche ovunque. I vari personaggi come  astri solitari, sembravano risplendere  in una solitaria metafora: Guidavano i resti della vecchia  società  umana contadina, come  princìpi generali, il diritto alla civiltà propria e antica, e il diritto all’azione, alla lotta, contro coloro che avevano preso il  loro posto  e sostituito  Apollo e Diana, in  luogo  di forme di ferro e di granito, di febbrili metafore, negli spazi della vita. Era tutto ciò che più  desideravano. La contropartita prima della morte.
  La guerra spazzò via ogni età. L’era dell’industria rusticana era  finita sotto gli ingranaggi  della storia. Le nuove unità  di  misura  non erano più l’ettaro, l’acro, ma le tonnellate di merce prodotte. Tutto il resto era letteratura agreste. Provincialista. La qualità della vita decadente e pessima. Chi cercava di sottrarsi  ai nuovi comandamenti in virtù degli anni, dei secoli trascorsi nei campi, nelle stalle, o a cielo aperto pensando di poter vivere ancora  a lungo  nella carnalità umana che fu, sotto l’occhio protettore  degli  avi, degli avatar della terra, non sarebbe sfuggito al suo destino di sconfitto su una terra di sconfitti...


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Tigullio orientale
le verdi vallate del Cicana…



   
   Una bella valle, quella del Cicana. In basso, ruscelli e fitti boschi di pinastri, di querce  e  castagni, in alto, pianori erbosi e rocce spaccate dove brillavano trecce di  bianco calcare. Dagli altari  di nuda  roc-cia, all’incenso acre delle conifere, alle pietre dei muri rivestiti di muschi.
Una valle fatta di altipiani,  creste  rocciose, cason e prati verdeggianti, filo spinato, mandrie  di vacche e branchi di cavalli, fitti boschi che si perdevano a perdita d’occhio, fino all’orizzonte, fino al cielo. In quella valle i Grixia avevano fondato  una  parentela  che pensavano indistruttibile nel tempo come l’er-ba e i torrenti.
   Si chiamava  Rachele Miranda Grixia, capelli nerissimi, labbra piene, occhi scuri con riflessi azzur-rini fuori del comune, era  l’unica  figlia di Ignazio e Cosetta Grixia, e venne al mondo alla mezzanotte di un giorno d’autunno  quando  la  valle  sfiatava di freddi e umidi vapori cristallizzati  sotto  le grigie nubi e l’erba unta, mentre  il sole brillava sui rami degli alberi ridotti a brandelli.
  I due nomi le furono  dati  perché  erano già appartenuti uno ciascuno, alle due nonne materne anche se lei in seguito continuerà a scrivere solo il primo, e a pretenderlo in qualunque firma e documento.  
  Poiché la madre finì  presto  il latte, venne nutrita col latte di capra. In seguito quando ne sentiva la necessità, diceva orgogliosa di essere stata allattata da  una capra-balia, come fosse una specie di incarnazione mitica. Quando il 14 luglio 1948 avvenne l’attentato a Palmiro Togliatti, la notizia  fulminò gli  italiani  intorpiditi  dal  gran caldo, scoppiarono tafferugli  ovunque:  L’intero  Paese venne per-corso da una scossa elettrica : scioperi  generali, operai e contadini in piazza, la folla in marcia, fabbri-che occupate, le sedi cattoliche devastate, la Celere in azione, poi i primi colpi, gli scontri e l’inevitabile spargimento di sangue. Si spara. Compaiono i mitra, i celerini  rispondono, si  contano i primi morti. Da più parti si invoca la calma,  ma il Paese è un vulcano. Il governo mette in campo l’esercito, era  l’anticamera  della guerra civile. Tutto fermo, niente  giornali, tram in deposito, treni bloccati, la Borsa chiusa. Scelba alla camera dichiara che il governo è in gradfo di controllare la situazione…in questa  situazione  Rachele viene  spedita  in  un Istituto religioso delle Orsoline poi, quando  la  furia  politica si era affievolita finì gli studi al Ginnasio  insieme  ad alcune cugine figlie di una sorellastra di Cosetta. In  quanto  alla  religione  nel  periodo trascorso all’Istituto non ci volle molto a chiunque,  capire la ragione delle sue crisi isteriche durante le lezioni. Al fervore della madre, i Grixia avevano perfino una panca riservata con tanto di targhetta in ottone che occupavano tutti insieme la domenica, la  figlia  sembrava refrattaria a qualsiasi  sermone sia  domestico, che  festivo. Durante le varie  funzioni  attra-verso i sentieri  raggiungeva  con  alcune  amiche “atee”, un  boschetto intricato da un ruscello che ser-peggiava  tra gli alberi, soffici nidi d’erba lontani da occhi indiscreti e lì si confessavano leggendo da un quaderno sgualcito storie  “d’amore di  innamoramenti finiti male”, per dare risalto alla loro infantile fantasia.

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  Al retroterra culturale della devota amichetta Giulia Morellini, capelli folti scuri, occhi grandi  e neri, labbra già piene, grassottella come una botticella, figlia  di un commerciante di origini piemontesi, intelligente quanto arrogante, contrapponeva capelli neri  lucenti, occhi aggioganti, e sciropposi, una bella bocca, corpo  snello  e agile e, soprattutto, effetti speciali nei  suoi  racconti  che lasciavano il segno sui loro visi increduli. La madre una volta le aveva  mostrato un  libro  rilegato  in  cuoio  rubino  con  caratteri  d’oro  in  cui  conservava  gelosamente  le lettere che le aveva scritto suo padre. Non le aveva mai letto una sola riga, ma era certa che suo padre malgrado fosse di poche parole e non  la fa-cesse mai  troppo  lunga, in  quelle lettere ancora profumate doveva esserci  depositato  tutto  l’amore  di un uomo per una donna.  Con quelle parole  aveva  eliminato  schiere  di  pretendenti che bussavano alla sua porta.   
  Alla fine, esauriti  i rulli  del  cuore, Rachele e  le  amiche correvano a mangiare il mais,  ciliegie e carrube, mele, o  la  prima  uva  matura nei campi vicini. Alle feste della mietitura, o  alle fiere, come una reazione accesa ed esasperata facevano propaganda a favore di Carmelo Zunino, uno del sud stabilitosi in paese  dopo  la guerra, e che loro percepivano come un “vero rivoluzionario”,  in  una terra  di  cristi, santi, e  paternostri.  Accoccolate  dietro qualche vecchio casone, una tenda, o nel bo-sco, cantavano l’universo infantile in una  ballata  popolare  strampalata  come stessero spiando il mon-do intero da una finestra.   
  L’edificio in cui era nata Rachele era solido e sobrio. Senza fronzoli, i muri bianchi, archi robusti, e le  finestre  con  le imposte grigie all’ombra dei folti alberi. Sull’arco di legno, un’iscrizione a fuoco:
“Casone Grixia”.  L’entrata era sormontata da due figure di cavalli di pietra impennati come a reclamare la libertà. Una volta superati si apriva un’aia  spaziosa circondata  da alberi e piante d’alto fusto, una stalla e un grosso granaio per gli attrezzi. L’interno era spartano, gli elementi architettonici  in  simbiosi  con i mobili, i tappeti, le sedie e i tavoli, gli armadi odoravano di legno  di  noce. Alcuni oggetti  dell’arredamento, erano in grado di incantare oppure di annientare la fantasia. Provenivano da più parti del mondo, tamburi tungusi, maschere  figine, kriss malesi, tappeti  persiani, pelli  di bisonte nord  americano,  archi pigmei, e “bastoni dai poteri magici”, dei curanderos peruviani.  
  C’era qualcosa  da emozionale grido d’occasione che parlava da solo. Un contrasto in un  gioco  di  effetti, come il gergo da “strada” usato a volte da Rachele  per  impressionare  e mettere  in  difficoltà chiunque. Voleva diventare sexi, intelligente, libera a tutti i costi e conquistare  e dominare  tutti gli uo-mini  che voleva in barba a tutte le convenzioni dei suoi genitori. 
  A tredici anni Rachele era già attraente e proporzionata, rabbiosa e instancabilmente  sicura  della  sua  filosofia  dell’arbitrio contrapposta  a quella della ferrea  logica  paterna, che  ben  presto  avrebbe spezzato il ritmo riservato famigliare, e lasciata la casa della sua infanzia. Una casa fortezza  capace  di isolare  e distruggere  gran  parte dei suoi sogni.  

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  Era convinta che la  mancata  nascita  in famiglia  di  un figlio maschio avesse frustrato le ambizioni di vita dei suoi genitori, senza per  questo concentrare  su  di  lei le speranze più  promettenti. Nemmeno superare brillantemente gli esami al Ginnasio, rappresentava  un segno tangibile  delle sue capacità. Sprizzava vitalità, abilità e fermezza, in un mix ostinato ed eccezionale.  
  I capelli lunghi folti  e  neri, le labbra piene e sensuali, lo sguardo magnetico, le davano  un’aria decisa e insolente assieme. Arrivava a scuola portata  da un autobus  delle linee “Manzamilla-spa” che in meno di  tre quarti d’ora  la depositava all’ingresso, con un umore ardente e attivo, davanti alla cattedrale e ad alcuni edifici pubblici tra cui quello comunale e la stazione ferroviaria. Vestita  in modo particolare, gonne  di stoffa pieghettata,  maglioni pesanti o giacche col collo alto, scarponi o stivaletti, nastro colorato  nei  capelli  che le scendeva fin sulle spalle e zainetto con dentro  il  necessario. Questo stile faceva ingelosire molte compagne ancora alle prese con quaderni ordinati, libri di testo fasciati con carta incerata per non sciuparli, astucci di matite e penne, farfalle e cuori trafitti disegnati, fiori secchi e nastrini variopinti  da permutare,  ma i maschi la  trovavano  affascinante, e  durante  la ricreazione saliva sul podio del campo di battaglia dove teneva banco frustando ogni ambizione scolastica pro-grammata. Diventare capogruppo della classe come Marta Castelli  senza  grazia  e talento che si rovinava l’infanzia legandosi a un ragazzo disperatamente mediocre che aveva acceso ed eccitato la  sua  immaginazione, figlia  di  un  assessore che si rovinava la vita in maratone  sociali  e chiacchiere  diurne e avventure notturne, rovinando anche la sua  futura  esistenza  da adulta, istintivamente falsa e pretenziosa  nello  studio  come nei giudizi  sulle spersone, non  faceva per lei. Odiava il loro spet-tegolare continuo, le loro meschine ambizioni di “bambine”  viziate.  Preferiva  fare chiasso e  parte-cipare alla vita scolastica con i gruppi di maschi. C’era uno in particolare, che organizzava festini e baldorie a tutto spiano, e aveva una grande attitudine allo scherzo anche feroce nei confronti di  chi  capitava a tiro, che l’attirava particolarmente  perché  oltre  ad  abbaiare  contro altri maschi e alcuni professori,  sembrava  oltremodo  interessato all’azione  sociale, alle riforme nel Paese, leggeva Marx, e poiché  diceva  di  avere nelle vene il sangue di una bisnonna “chicana”, leggeva ardentemente, e pre-tendeva lo facessero  tutti i ragazzi  del  gruppo, Rodolfo “Corky” Gonzales, e  Josè Carlos Mariàtegui, conosciuto anche come l’Amauta.
  
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   Era intelligente e malizioso. E possedeva  un modo tutto maschile per coltivare  e approfondire ogni approccio con le ragazze. Provava certamente gusto, a sovvertire ogni principio di legalità. Aveva molti amici, ma i suoi veri compagni  formavano  un gruppo di quattro ragazzi e tre ragazze, famosi nella scuola, rappresentava un gruppo invidiato, talentuoso  e  forbito, che li univa insieme in una attività  di studio, di sport e di passatempo, e una grande attitudine all’irriverenza. Caos e anarchia in classe, eva-sioni oltraggiose e terribili. A un certo punto, dopo  l’ennesima scorribanda, pensava di non poter più fare a meno di lui, pensava  fosse  una  specie di addrizzatorti romantico.
   Era un vero assassino di ragazze. Ma lei alla fine, malgrado la nutrizione dei suoi sentimenti, decise
di non farsi brutalizzare né da lui, né dai loro scherzi atroci. La morte  di  qualcosa spesso, nutre la vita di un’altra cosa. La sua vera, segreta e inconfessabile  attrazione, non aveva bisogno di pubblicità, corrispondeva a un preciso nome: Aimone Grixia. All’iniziò provò vergogna. Poi dolore  e  orgoglio fino a sprofondarlo in fondo a un ritornello non più lamentoso:
  “Occorre mettersi il cuore in pace!” Doveva abituarsi alla muta sofferenza. Ma quel segreto a volte, continuava  a  viverlo  in modo feroce e perverso. Aimone  Grixia  malgrado  la  sua giovane età, era già alto un metro e ottanta,  era bello, ben sviluppato, forte e volitivo, la battuta tagliente. Lei  lo vedeva co-me  scorribande  sfrenate, emozioni  realistiche, o comunque sia, un misto  di  certezza, di  solidità e di invenzioni, qualcosa di insolente come i suoi occhi dal fondo  inquietante, i capelli folti e neri, l’incedere che sembrava sradicare la terra sotto i suoi piedi.   
  Non proprio  una specie di ritratto nuziale ma un albero alle cui radici potersi attorcigliare in una specie di “accoppiamento” seducente, più per il cuore e l’avventura che per qualcosa di cui non era ancora degna di scrivere.
  Malgrado l’infatuazione per lui, non ci fu altro tra loro che chiacchiere sorte qua e là come funghi velenosi. Si divertiva e soffriva a nascondersi come faceva a volte col cestino  della  merenda, occul-tandolo dietro un albero o dentro un cespuglio di rovi. Non sarebbe mai uscita dalle sue labbra una dichiarazione fantastica e rivelatoria, tipo:  “Un  giorno o l’altro glielo confesserò!”
  Uno dei loro luoghi d’incontri preferito era la“Taverna del Coniglio” poco fuori del paese. Anche Aimone  aveva i  suoi  amici, e senza tanta difficoltà. Non erano impegnati  in  particolari attività di studio come il gruppo scolastico, ma erano atletici, tosti, solidali, non  guardavano in faccia nessuno, nemmeno gli  ospiti paganti, e non si lamentavano mai.
In una specie di punzecchiatura e qualche risata, il gruppo veniva chia-mato la “banda dei conigli”, e la cosa era più ridicola che mai.  Nessuna ambivalenza verso di lei. Le ci volle poco per integrarsi. Signi-ficava trovarsi nel cuore dell’avventura, l’occhio lustro, il vento giù  fino  alla schiena. Lentamente, diventava una tenerezza profonda, occhi selvaggi che azzannavano  di libertà, esercitò  il suo fascino anche su di loro. Le sue idee fluivano spontanee, e venivano subito inghiottite, il suo freddo sarcasmo li 

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teneva in pugno. Cominciarono a vederla in un altro modo, come una di loro, come vera mentore, non più come un’adolescente arguta ma un’amica intima. Ad Aimone, ignaro dei suoi veloci sentimenti, riservava moine, facce strane, parole  impetuose, punti e virgole, baci e lacrime, o tutte e due insieme.
Ma c’era  un odore di stalla, di  latte, di dolciastro strame, di terra e erba  in fondo  a  ogni  desiderio, laggiù  in fondo all’animo che fremeva, scalpitava ancora e più, sul manto lucente arrogante in punta di zoccoli: La passione per i cavalli. Passione che trasmise a Aimone Grixia.
  Per Rachele era una continua corsa in piena libertà. Era davvero bella, alta e sottile, gli occhi neri simili a due carboni accesi. Il suo cavallo lo conoscevano  in  tutta  la vallata. Era impossibile im-maginare qualcosa di più meraviglioso. Faceva gola  a  molti, e più d’una volta ci avevano provato a rubarglielo. Roba rubata fa buon pro. Nero  e lucente  come la pece, i garretti forti e sottili  simili a gambe di mogano, due occhi grandi  come  due dischi che annerivano lo sguardo senza cedere mai.  Poteva  cavalcarlo  per miglia e  miglia.  La seguiva docile ovunque, e  conosceva la sua voce, tanto che non lo legava nemmeno. Quel grande impulso irrefrenabile  non finiva  mai. Aimone non staccava  gli occhi da  lei come una  punizione  e, allo stesso modo, in quello sguardo  quasi privo di  volontà, lei  tra-duceva ogni risposta  in uno riflesso tagliato come un diamante che pareva frugargli anche dentro l’ani-ma.
  “Oggi andremo fino al burrone…”diceva ridendo quasi brutale in una perenne  sfida, in cui dovevano lanciarsi per primi dai magli di rocce di un dirupo, ”e poi, nei boschi…alla sorgente..”
A volte, quando il suo sorriso era più dolce e mite che  non puniva arrogante, andavano a celarsi seminudi  nei  pressi  di  una sorgente sfarfaleggiando come insetti  nelle  siepi, sull’erba  d’un colore verde acceso, il torso ancora rozzo di lui e quello già prominente di Rachele, svagati come animali al pascolo. La sera riprendevano  la strada del ritorno, i fuochi schiaravano il cielo, fin da lontano  si  sentivano gli odori forti  di stalla, di caldo strame, di latte; e più oltre, da  calmi fiati, il fumo delle pipe e gli  occhi  nelle cappe, nel messale.
  Poco prima  della partenza Aimone si  presentava in tutto lo splendore della sua giovinezza, affondata nella  camicia  e  nei  pantaloni  all’ennesima  lavatura, le  maniche  ripiegate  all’insù, i jeans  rivoltati sugli stivali mentre con una mano stringeva i guanti da lavoro e il cappello e con l’altra si ravvivava continuamente il ciuffo di capelli ribelle. Il suo volto asciutto esprimeva vivacità e esitazione.       
  Rachele  nel  frattempo, si assettava l’abbigliamento in modo sbrigativo e nervoso davanti a un vecchio specchio attaccato a una parete della stalla, tirando su e giù il foulard di seta girato  intorno al collo, alzava e abbassava il mento dentro e fuori il colletto della camicia. Gli abiti erano molto stretti. E im-mancabilmente gli domandava:
  “Dì, mi stanno  bene  questi nuovi pantaloni? E la camicia? L’ho fatta venire apposta da un  sarto  di città. Quel giudeo! Un giorno o l’altro lo  mando a “cagare!”  Mi stringe sotto le ascelle! Ci vorrebbe un altro pò di profumo…”
  
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   Spesso Aimone  sentendosi  risucchiare in  quel vortice  così surreale, multiforme  ed  eccentrico  dalla  voce calda e morbida, bassa, pensava l’avesse trasformato  in un  perfetto  idiota, senza riuscire a fermarla ad averne ragione come fosse il solo desiderio che avesse verso di lui.
Niente la frenava…un attimo  prima era aggressiva, disprezzava tutto e tutti, qualche istante dopo, odorava di lavanda selvatica, di vaniglia, divertendosi un mondo  a  prenderlo in giro estraeva da una borsetta  di stoffa una fiala di profumo e  versava una gran quantità sotto le ascelle, sul foulard, sulla  camicia, come quella volta nella  banca agricola, davanti all’impiegato trasformato in un assoluto mutismo.
  Non  lo capiva forse, ma aveva l’impressione  che lei agiva ogni volta come  fosse il  suo  carnefice. Pareva  non  volesse  altro  che lasciargli dei brutti ricordi, divorando avidamente il suo cuore.
  Sellati i cavalli, andava  ad  aspettarla all’ingresso della stalla rigido e freddo come il ferro e con sempre minore  entusiasmo. Doveva porgere l’altra guancia della pazienza?
  “Non sei la figlia di Ignazio e  Cosetta Grixia, ti hanno presa nella rumenta!

I MIEI LIBRI

       
                                                             

                                                                        Copertina
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                                                                 Sergio Ghio

ARSURA
(Spiriti urticanti)

POESIE



     Prefazione di Gian Piero Prassi
 Testo originale a fronte




©





 


                             

                          
Tutti i diritti copyright sono riservati all’autore
                                              Ogni violazione sarà perseguita a termini di legge




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PREFAZIONE

         
   Vi sono poeti il cui canto è forte e allo stesso tempo esteticamente appagante,come nel caso di Sergio Ghio le cui liriche si accordano con quanto lo stesso poeta afferma a livello programmatico.Guardare la vita senza infingimenti,rifarsi all’aspra realtà di rapporti primevi tra i protagonisti dell’esistenza.La bellezza non alligna nello zuccherato mondo della finzione,ma nel concreto manifestarsi della natura.Non  a caso in questa raccolta dal titolo “Arsura” ilmare è l’elemento archetipo che ricorre insistentemente nella sua lirica,senza retorica o facile abbandono nostalgico.Il mare è una presenza che pulsa nel nostro sangue e che vale per tutti,e ricorre spesso nella letteratura.Alla luce di una tale “dialettica” in cui l’autore raggiunge poeticamente elevate vette senza  pigrizia e  compiacimento di se come a voler prolungare la bellezza e il piacere di un’esperienza poetica,come chiedesse “l’arresto del tempo” su queste liriche,non sarebbe giusto limitare ad un solo aspetto una poetica così ampia,e del resto abbiamo voluto far affiorare un forte fattore unificante,nell’insieme di una ricerca poetica che ci appare veramente matura.Capace sopratutto di trovare le modalità espressive più efficaci con una levigatezza dei versi  assai  rara nel  panorama dell’espressione poetica contemporanea.


Gian Piero Prassi





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                            La poetessa Alda Merini, il giornalista della “Tigulliana” Marco Delpino, 
                                e Sergio Ghio durante una premiazione a Santa Margherita Ligure.

Sergio Ghio. Ligure  di  Sestri  Levante, città  dove  risiede. Con l’opera  “Arsura” , l’autore traccia con leggerezza  im-magini di umanità affacciata sul  mare, capace  di descrive-re mari interiori e paesaggistici con una lingua scarna, nella scia  della  grande  tradizione  ligure, e ottiene la  menzione speciale della giuria del Premio Internazionale organizzato  al Festival Internazionale di poesia di Genova. “Recensione  indipendente della versione dell’opera  che ha partecipato al concorso  nazionale,  ilmioesordio-Poesia  2014 organizzato  dal  sito  ilmiolibro.it   in  collaborazione  con  il Festival Internazionale di Poesia di Genova. La recensione è a cura della redazione del festival”.   



Sergio  Ghio  continua in quell’immaginario fil  rouge,  che unisce tanti poeti liguri del Novecento (soprattutto Montale e lo Sbarbaro di scarsa lingua di terra…), dove la secchezza del linguaggio e la ricerca sintattica, danno vita a un connubio nitido, diretto, pungente. Ecco allora che il titolo del libro “Arsura – Spiriti urticanti” riassume  quanto  appena  detto, con una grande capacità di trasformare  in  epos la sua quotidiana vicinanza col mare e con la natura.
Ghio  possiede  una  scrittura  forte, come il “vento di greco corroso a prosciugare  ogni  tardo stupore”, nella quale l’alternanza di luce e ombre, amplifica la vivacità  e la  profondità  delle immagini offerte a ritmo continuo, ed è la chiave di lettura della sua poetica. Il paesaggio non è solo un fondale, ma è protagonista come gli individui e le cose  animate  che vi  si  muovono  dentro, dallo scoglio dai grandi occhi neri, alle ninfe di catrame, alle  alghe  in  agguato, un  paesaggio che sembra sospeso tra sogno e  realtà, “dove  donne di ceppo antico e viso di bambine che nessuno mai vide aprono il  palmo della  mano dove  deporre il respiro, l’occulta radice, il sogno che dorme”.

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IL NIDO DEI GABBIANI




Vidi l’onda
                     rapito
stramazzare all’orizzonte,
quando venne il Greco a disseccare il mirto
i nidi aggrediti nelle piaghe degli ulivi,
quel risalire pietra dopo pietra
che dilegua l’alloro all’aspro sonno,                            
le sue spoglie di umanità diroccata.
           
             Nell’aria che di miele odora
udivo Il fabbro delle onde martellare
gemme di sale ai timpani della scogliera,
l’acqua incatenata come greggi
in fauci abbèverate, rintocchi di conchiglie.
        
Al rompere dell’ultimo passo
sulla morte fulminea dei comuni slanci e voli
il sonno d’amore su rugiadosi muschi
come acque verdi erranti che ho abitato,

                                 senza mai dissetarmi.
La luce dei suffragi rotolava nel suo guscio
piume di raso e poi l’istante degli aliti,
la mia voce di mille e mille crepe
            come bianco agnello dell’infanzia
            che la roccia forzava come tomba.
Gettai la polvere spazzata da quelle cattedrali
ai brutali ventagli delle agavi al suo fianco
nella carne dei congiunti dove vetri e raggi
si spezzavano sui merli aggrovigliati
in trama di nere radici, e né vento, né foglie…


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CONOSCO UN LUOGO





Alle vampe di calore

         dove l’umano universo vacilla,

e il sole come uno spettro effimero

danza sul mare, sfiora la pietra

                     ignorata e scompare.

Quei petali selvatici fra le mie palpebre

come fossero le tue mani

                   ciascuno ha il tuo nome,

brividi di luce come unghie

incarnati d’ombre

fluidi e flutti di tisane d’alghe

mi sorridono negli specchi accesi

dilaniati dai sogni del tempo:

Il tramonto ha un anello d’oro al dito

quando la notte nel fresco più odoroso

in un soffio solleva i suoi veli:

Omeri d’alghe miti, filigrane d’argento  

sparse sul letto del giorno che muore:

Come Bellerofonte divorandosi il cuore.

Sul tavolo la polvere d’uno spiro

                                          un foglio

un fruscio fuggito da un bosco d’alloro

                un rigo di colloquio lacerato

che ridesta portali d’ardesia sgretolati

dispersi focolari strappati a morsi,

           divani di velluto, vetrate eclissate

uccelli alle grondaie adunati.

I semi della morte hanno lacrime,

quelle voci che ho sepolto senza inganni.



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MACAIA





Ricordo,

attraverso il velo d’un remoto vetro

l’albero d’un peccatore venirci incontro.

Aperta la riva al pietrame d’ogni illusione

                al flutto crescente d’una pena.

Docili ninfe ai segni di pietà

                       sul letto di gigli e alghe                            

come giovani steli verdi sotto la fucina

                               del sole,

cullavano il mio amore intagliato alla radice

sul viso in semiluce con umana debolezza.

Rode l’arenaria all’aride mura

il cristallo sul palmo   

              il vento nei ventagli di giada,

l’acqua della fontana nuda di dolore.

                   Macaia:

Aracne tesseva la tela!

                     L’ape senza bussola

le ali ingiallite del tempo in fuga

e il trillo del canarino il suo suggello.

-Ho gridato il tuo nome dalla progenie-

 Ma non ho udito l’Eco nel recondito bisbiglio

d’una conchiglia che ha finito il suo canto,

e quando quel blu friabile che scorre

come sangue nelle mie vene

                               pietrifica i suoi

                                                          morti.

Un viso della sua radice si specchia nell’occhio

dell’abisso, tramutandosi in Narciso.







3

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DAL CANTO DEL GALLO





Da albe bianche come scapole,  

acque migratorie sugli omeri nudi

levai lo sguardo di vernice al mantello

               ricamato del vento femminile,

uno a uno i suoi veli imbellettati

come in un paradiso bianco di marmi

dipinto in età mortale.

-Questo mare reca il sonno!

Offre vino e carte da gioco

                       come nessun altro,

affetto fraterno di paesi lontani

incastonato nel suo specchio di Circe.

Meduse con le sue scorte d’alghe

verdi occhi come pesci e baci

                                      di pietra

senza il soffio della morte. 

Un sonnambulo con grandi ali

dipinse le pareti del caffè Saraceno       

e la sua follia in un bicchiere di rum  

pettinava capelli vaporosi

           di miele in quell’anno del 1960,

quando il soffitto delle maree sbranava

muri che trasudavano boccoli e vecchi ulivi

in fiamme nel tramonto e intagliava

      facce sui pioppi sulle tegole d’ardesia

come le indurite barbe nere sedute a tavola

              senza contare le ore del ritorno

allontanavano l’ultima fitta dell’oblio,

e un magma di farfalle sul rarefatto mare.





 4

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ARSURA


Il querciolo tra l’odore del legno
di fico in rovina alla bocca
faceva la guardia a quell’orto da usignoli
chiuso in speroni di pietre a riposo
dove l’occhio nero dei girasoli  respirava
                   con le palpebre in sogno.
Aspre nudità d’ombre e vecchi rami
come dita di pergamena
su cui ho ritrovato il seme dell’eucalipto
sull’arida conchiglia che dorme 
             dai sarchiati di terra nuda
gli ossami in nodi patiti e riaffiorati
           che l’acqua agita e spolpa,
nei nomi in remote carni di memoria.
Ustorio, ardente, tribolo, che il sole sferza
come lingua ruvida che scheggia la scorza
e scolora fronde, orti, crini in pendio,
convesse sembianze madreperlacee
dove i piedi scalzi frugano il mirto                                 
specchi di pietre fine, gusci morti
                 alla caparbietà di mute spine.
                 Quel cadere in assorto vivere
in minuscoli aneliti sciolti in orli e lembi
aghi amari di pino sopra muri cinti e ripe.
           Il mare sollevava grida improvvise:
Arsura, stupore inginocchiato sul marmo rosso
crivellato dai profumi in tutte le nostre vene.


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L’OMBRA A PENDOLO D’UN PRUNO


Mi desta, dai vincoli del tempo
un albero di spine
da un picco agostano,
sentenze incatenate
a strepito e fracasso sul mare,
quel pruno selvatico
e la sua ultima foglia incarnata
allo strascico del tardo vento
che non vuol cadere.
L’ala di uno sparviere
il fulmine attirato dal frassino,
scaiamadde di petali al magnesio
all’arido incudine di roccia,
quel gocciolare a rilento nella mola
sulla balza, e l’occhio rosso d’un papavero
colmo di bruma ingannevole.
Quando mi stendevo sul dorso
d’uno scoglio rugoso disabitato,
al brontolio salmastro a un filo di pietà
alla chiusa d’un vecchio tronco,
i remi e le stecche delle corali
all’ultimo spasimo del sole;
alla bottiglia del vino
alla credenza del pane.
Le onde battono inesorabili colpi di zoccoli
tanto che non manchino instancabili
                                  a vagare.



*sciamadde: Fiammate

6

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IL BOSCO DELLE API


Forse un giorno
ricadendo nel cavo d’onde del bosco
dalla salita che s’invola a Manierta
ascolterò di nuovo al suo nutrimento
il ronzante mormorio delle api,
rivedrò il bagliore delle ali d’argento
sulle acacie, lontano dal flutto sornione,
fossili arsi, spiagge vive d’erba
come alghe nei coltivi
stappati alle gobbe ramaglie
sature di guizzi, semenze, fruste.
L’ape ci ricama sogni d’oro
insegna lavoro e morte
l’età barbuta dov’è sepolto col suo nome
il mare nel suo velo fosforescente
nelle unghie nere delle agavi mute
nelle ciprie delle donne come linfe.
Come entrassero nella mia stanza
in quei respiri d’oscurità dipanate
in cui la pietà è più nuda e dolce,
la sera arde nei fuochi senza naufragi
dove ancora scricchiolano carboni accesi
scialli vellutati di comete sciolti
nell’aria satura d’agosto alle fiale del vento.
 

7

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LA BAIA DEI PESCATORI


Manuelin il mite,
dove le allodole si alzano dal Monastero
         simili a frecce
recando la claustrofobia del marmo,
la fronte spaccata di chi veglia
sul letto o sul mare
agli aculei delle vespe sul crinale,
gettava la rete come raso bianco
     degli antichi ceppi
            là dove il torpore canta agli esiliati.        
Tre giovani donne alla casa lampara
incrostate di cristalli di sale a quella tela
scaldano l’umidità che rode le ossa del tempo,
pettini d’avorio tra i capelli bassorilievo
                  aprono gli specchi della sera
come eclissate vetrate di lenzuola  
degli avi negli armadi.
Lampade e ventagli dell’attesa
                      hanno il fruscio delle onde su mille tane;                    
il mare dell’attesa aveva bisogno di
                                            Belladonna
sulla riva agli aliti vivi e tiepidi
dove angeli stesi là in centrini
riavvolgono le gonne ali di filigrana
in notti particolari,
     fogli sparsi, scatole di candele
                  la lingua alle arcaiche scogliere                            
i figli nelle facce dei padri
cantine murate e gocce di petrolio.

                            Sestri Levante,   Baia del Silenzio
            

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I LIMONI DELLA ZIA SIRIA


Dov’è il bruco sul gelso in rovina?
La rugosa tartaruga che sbriciola la foglia?
Quel velo puerile in cui ho vissuto;
orci, vini erranti, travature di nervi
i miei giorni tra pietre angolate alle radici
degli avanzi dove venni allattato in seno
ai glucosi  più materni senza prezzo,
  alle bave dei venti più maligni.

In taciti sommersi spogli
bocche d’agnello mordevano
i limoni in tenere eruzioni di scorze e fiori,
e suore senza veli e calze dal passo verde
come le loro imposte sbranate dal silenzio,
che di quel nudo miele si nutrivano
al fondo d’un aspro Paradiso d’anime.

Nemmeno quei visi sbiancati d’Angeli
mi dissetavano dai trasmigrati inferni
i nostri denti come diamanti
non avevano mai morso i loro peccati
quell’odore che non muta di donne.

Finchè la pietà di magre forme
macinava le ferite,
confuse ombre di rapina che ho abitato 
il colore dei limoni che in se moriva
                in attesa dei temporali;
in altri spazi fulminei il ragno occulto
sul pitosforo bruciato dal patire di mostro,
e sul rombo di un’onda la nascita di Venere.


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LIBECCIO


Ha la voce d’una sola linfa
e una sola radice dei ciclopi
l’amore e la morte dentro le case
                             per chi udisse
il flusso di quel sangue
che batte in eterno nei nervi delle palme
l’intero pomeriggio nelle stanze,
gonfio di forcine e scapole
d’una antica dinastia battito di ciglia.
          L’ultima apparizione  
tra le mani d’un collo terribile inarcato 
a un bicchiere
   il viso scanalato dai suoi succhi
in quel marezzare le onde
di venature bianche e scure
gli zoccoli d’un cupo bisogno
              alle porte di quaranta lanterne,
                                     risuonano di vetri, di metalli, di martelli,                           
vecchie scapole corrose alle finestre
traforate come perle di cenere;
    ebbrezza d’aliti e il resto del sigillo
lasciato in versi alla sua porta
come fosse l’ombra d’un amico
che viene parlando nel foro del camino.









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VELIA


Quante lune dai rossi ventagli
sui vetri soffiati delle bottiglie  
dopo le somme, di quelle estati!
Esistono, lo so,
brezze che feriscono al biancore dei lombi.

Il soffitto rosa canina e uva a grappoli,
Velia mi sorrideva negli specchi dei liquori
con occhi d’angeli d’antiche albe
letti di spettri nella casa pietrificata,

con le sue nove vite di cemento da morire
dove le ombre si abbeverano di cenere
e di spore nelle sbrecciate architetture
annerite dal fumo del carbone a rilento.

L’avevano chiusa di colpo, tavoli, pareti,
rampicanti e pieghe, a mucchi, stravaganti mogani
e specchi dove giovani cigni s’avventavano
in una veglia profonda dove il bacio è sepolto.

Quel bacio che al soffio della luce rinasce
alimenta la mia fame alle sue radici
e al soffio del crepuscolo di nuovo svanisce.









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SULLA RIVA DEL FIUME


La casa aveva le dita rosa dell’alba
gli occhi balzati da cristalli e specchi
rivolti al dente roccioso di l’AsseÜ,
       là dove batte sempre il mare di raso
e il vento stende le mie rughe sulla pelle.
     
Statue sigillate in candide menzogne
                      senza studiata vaghezza
le donne hanno bocche sapide e fresche
che profumano di dolcezza,
ventagli di piume di cigno sul viso
dove fiorisce la parentela             
e sulle labbra rosse pietrificate,   
                la margherita del desiderio
                                 eccitava il dubbio.

Il sole raschia limoni e gole
fazzoletti e acqua di rose di bosco,
verso l’amara violenza dell’immaginazione
due vecchi appoggiati alla palma
orfani della loro barchetta spodestata
cullano sogni col papavero del sonno
                                all’occhiello.










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VICO CHIUSO


                            La polvere viva è ancora là, come                             
eterne scintille dei fabbri ai cancelli.
Alito e abito d’una via,
una mano agitava il gentile e il dolente
rigurgitava secche Veneri dalle piume rosa
            sul mio sorriso di marmo.
Muri e tinte della fecondazione
nate dalle notti consumate nelle ossa
a un velo passeggero d’età sepolte.
Le ragazze avevano corone di trecce
solenni e labbra listate di rosso
                         sul filo dell’istante,
quando galoppavo sul mastino di Tarditi
e Leda nelle labbra inzuppate di liquori  
senza metafora mi faceva cigno.
Sui tavoli da gioco vino e carte 
e ombre dei morti dai cimiteri
alzavano bicchieri di lacrime rudi
e nell’oscurità delle cantine
nello schianto del cuore e incroci di vene
                      il mio innocente cerino
apriva l’angoscia delle gonne
come neri vaporosi ventagli sui misteri
dorati offertori d’amore sulle bellezze
diroccate in silenzi di triboli divorati.








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IL PAVONE


Non ho dimenticato
in vesti di marine spalancate e nude
           scalmi di bronzo al sole
appese ai vetri delle case come veli,
quell’angolo prolungato in un frutteto
fino a un amore dalle radici maculate
giocando in fretta e mangiato il cuore
là sotto sciami di foglie    
dove il giorno agonizzava nei tronchi
e labbra rosa adagiate su letti vuoti.
Un pavone d’un dannato splendore
scioglieva un fiore blu spietato di veleni
        agli estremi orti degli studi
apriva bicchieri e tenere intimità tranciate.
Farfalle, papaveri e allodole di Lesbo.
Altri uccelli aravano i campi
e nel ventaglio sfarzoso delle fonti
galleggiavano cento occhi voraci
condannati a ripetere i verdi e gli azzurri
degli angeli piumati ai nostri urti
                prostrati a un bue bianco
       dalle voci femminili sotto alberi golosi
dove le nostre bocche inzuppavano
di succhi acidi l’amara saliva dei giorni.









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IL SOFFIO DELL’ONDA


Non domandarmi chi sono,
le strangolate albe dei viaggiatori
conoscono il mio nome;
figli dello stesso grembo col respiro
                                  del sangue
del petto bianco del rondone
annodato a un’alga d’acqua custode!
E’ dentro la longevità di radici e sudari
del nostro letto che quel soffio 
reca il sonno troppo a lungo disabitato
accanto a pilastri saturi di muschi
dove il Bardo del mare scolpì
le sirene dai canti divorati
                       sulle nostre ossa
traghettate dall’altra parte
                  a ingoiare i resti.
Fin dove i muri sabbiosi lasciate
le lacrime nei quieti cavi dei bassorilievi
la nostra orma piegata e immobile
si posa d’ombra tra le antiche mani
addolcite dal bacio degli spiriti:
Siamo tutti qui con l’amore sulle labbra
incisi dal fulmine sulla riva.
               









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PERLE NERE


Non volevo che amare
quello che alla morte rinasce,
quel groviglio di bocche disseccate
tra le dita di raso nero a saccheggiare
e sorde lampade e trame di canapi ossidati.
L’ampolla di cristallo azzurro del mare
esalava i suoi profumi di sudari
             dove trecce e profili
bruciavano occhi e sogni d’ombre
sulla punta d’uno spillo incenerito. 
Donne dai grandi ventagli dolorosi
e bacche di ginepro sulla bocca smarrita  
rilasciavano lacrime di perle
                in schianti di vene
nei fazzoletti di seta corrosivi
alle scapole fiorite della mia porta,
sui pettini di tartarughe appena emerse
                 da un lungo naufragio.
Se ne sono andate scalze
le mele del peccato morse sulle terrazze
come il vento d’angoscia della sera  
che cerca il vuoto dei corni,
il mollusco innocente
che trema senza conchiglia.


          







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LE SETTE ARIE DI MARZO


Un grande cancello di ferro battuto
così alto, tra muri di un orto cicatrizzato
e l’Espero senza freno nel cavo della mano;
la nostra voce sepolta in sudori
spezzati nel vecchio Garbino di palme e acuti
mentre il mio sogno umano sveglio sulle
articiocche al vento di Ponente, agitava
di traverso le barche all’ormeggio delle gronde
e un vecchio gallo di latta inchiodato ai tetti
di fiamma, incontro al Mezzogiorno.
Oltre, la tua bocca da cui solo bevevo
quella mutevolezza d’espressione
sul viso alle fiale del Greco odoroso
e i chiodi, mi pare, del Libeccio
che vi battono nelle ossa
lungo un asse secolare.
Tagli nelle guance ossute
il morso labirintico dello scirocco
e quante immagini alle lampade
come marmi bianchi risalgono di rughe  
e fredde agonie all’Ostro.







                                                                                  *articiocche: Carciofi, in genovese.


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VISITA A PESTELIN


Il morso sull’amo
e il coltellaccio al profilo di pietra
risplende di sangue di pesce.
Quelle luci accese alle esigue insegne
sulle bacche dell’eucalipto
il volto cicatrizzato delle donne
sugli specchi opachi delle finestre.

I nervi suonano tra berretti e stuoie
sale lo sciabordio dell’acqua alle murate
sbattono le tende dei giuramenti
e dondola l’acetilene dai bianchi occhi a prua.
Quel sonno della fronte sprofondata
nella dolorosa umanità incarnata nella pietra.

Mentre alle sue spalle curve d’uncini
il candeliere della luna sul vassoio
consolava gli orci alla nostra tavola
alzava le posate d’argento delle stelle
incise nitidamente dove arde l’immaginazione.

L’inesorabile piccola vena azzurra nel cielo
apre mille braccia acquose
spacca il cuore della notte dirupata,
quel mare dove annega anche la morte.








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SONO ANDATO


Sono andato in riva al mare
dove urlano le ninfe del catrame,
a raccogliere spiriti arcobaleno
come mutevoli diaspri di bottiglie
a vedere gigli d’acqua ben celati
                                        contaminati,
bagnare le gambe nude
sentire brontolare il tuono.
     Chiamare un nome nel vuoto d’una conchiglia…

Sono andato in riva al mare per diventare
                                        io stesso mare,
e contare battere le onde come ore
raccogliere atomi simulacri di olii minerali
ricordare i nomi dei morti:
Tutta la sabbia è un tappeto di preghiera.

  Sono tornato alla casa dell’alba sulla scogliera
dove il mare veglia i cadaveri dei gabbiani;
c’era mia madre
con gli occhi di bambina
occhi pungenti sui guanciali,
la brace ammutolita
la pendola taceva.

Una goccia d’amore tenero
sui petali e sui pesci
sopra il mio peso sulla pietra.
Le pietre sono fonti dove si stampano
immagini e sogni che s’avventano nel cielo.
Coprono una terra assassina dove viene e và
il seme che fiorisce sotto la luna, e muore.

19

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UNA MATTINA


Il giorno al sole appena nato
dentro lo specchio d’un palombaro
dai piedi di piombo e lo scafandro,
mummificava un altro morso
alla barca che mangiava il pane.

Quegli scafi sulle afflosciate tende dorè
le stuoie nell’ossido salmastro delle vene
erano travature marce e olio di morte
per gli aculei delle vespe alle bottiglie;

là dove scricchiolavano piedi di donne
dal profilo mite divorato senza tregua
l’ombrellino a frange di tela fra le dita
sopra le carni bianche di farfalle arricciate
bagnano le spalline e il nulla che basta.

In ogni specchio, muro, portico
quell’alito strozza e sfiora 
batte come un’unghia nera ai vetri,
scaraventa il rossore delle guance
nel ventre dei crepuscoli di legno dei cedri.












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MARINA DI PISA


Il ventò portò sabbia fine  
e l’onda seminò cristalli di sale,
Marina di Pisa sullo sfondo
                     coperta di iodio.
Quella bianchezza nella carne
fece ritorno nella confessione
nel volo delle allodole dal cuore
alto fra me e l’aguzza scogliera
dove la pietra conosce ogni forma.
Qui nella mia stanza dove suonano
costole e pampini alle mie orecchie 
fino all’osso spolpate di sale.
E come un torso marmoreo
Tinca apriva una birra
sul masso enorme del Poeta
sulla riva sfolgorante dell’Arno,
e farinata alla Taverna d’ogni Gabbia.
        Nedelia stanca di battere ciglia        
vacillando per spiagge e maremme
mi disse che l’amore
                       è nero di pena!
                              Sangue d’agonia!
Nell’opera lasciata sola.
La sera intenerita mi apriva la casa di armadi
e voci segrete, muri di spine e arpioni,
figure come ombre giungevano
come passanti nella gloria delle stelle. 






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FIORI MARINI


Forme di Cariatidi e vapori
cercano stagioni e vecchie fiamme
trepidano gli anemoni al delirio del bianco
del viso addormentato trafitto dai miei occhi.
L’ho raccolti su un tappeto trama e ordito
                   come capelli di Circe
ossa assassinate senza lacrime,
e ho sentito il loro profumo violento
che il mare ha lavato contro ogni lontananza 
sul latrato di lividi scogli
o in quel disperato languore  bocca di balena.
Baci mortali di carnose Meduse
o come il bacio della Polèna che si inabissa.
Altri fra cigli di campanule e pruni verdi
e cristalli di gesso,
                               splendono
simili a diaspri al sole in fatali torture.
Ma la vampa del papavero acconciato
verso supplizi sul mare,
rubina le vetrate come occhi vuoti
e il sole profuma di porpora la soffitta
stende i suoi raggi come un immenso
fiore atroce nel cielo fra muri carbonizzati
petali chiusi per sempre lanciati al vento
come fulgide farfalle vestite.  








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L’OSTERIA DEL MAXIN


Non abita più tra quelle mura
l’angoscia ubriaca incatenata alle vetrate
tra sfiati di botti
e lacrime bianche o rosse dei pironi
il trapassare del tempo ai tavoli da gioco.
Mulinelli senz’ancora
risucchiano la polvere dalle strade
dai tetti sdrucciolevoli
dal soffrire d’ogni cosa
dove i cavalli al sacco
nelle impazzite libecciate
masticano biada
e scatti di nervature all’istante,
la volontà dei viventi.
Fino a sera, quando l’ultimo lampo
martella ogni depressione
e il timpano del mare è un rotolare a riva
la sete non estingue il palpitare dell’acetilene
che nello sciame della luce s’abbevera,
l’anima che sbanda senz’alba
quel fondo oscuro
che è la carcassa della nascita.











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SGUARDI RIFLESSI
SUL MARE SOTTOSTANTE


Immaginavo al sorgere del sole
la casa d’ogni ombra abbandonata
sullo specchio meno ostile,
nelle memorie affettive la confessione
dell’umano che raschiava il vento.
Io ne porto il bacio come colpa
coi sui roghi innocenti
nel mattino di lenzuola, l’età
e la sua fulminea vaghezza trapassata.

E poi l’umanità dolente acquietata
sulle labbra di mia madre,
dove sul cardine di un uscio
girava nel dissolversi d’un frego
l’estenuazione delle forme
quel rapido presentire doloroso
nel rifrangersi servile della luce.
Tu vedi ciò che io non vedo:

Aspre verità fra tante soste eternamente
il vino e il pane che ci scorre nel sangue
il mio pieno respiro e della pietà le grida,
il bacio che sana infine la bocca
o nella sosta d’esso finito a languire quando
pose davvero una mano riconciliata su di me,
sguardi riflessi sul mare sottostante.






24

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MIRIADI


Ho visto gli ultimi gabbiani
navigare come relitti di un’appendice
e il cielo insonne restare muto di stupore,
la chiglia di una nave tagliare l’agonia
come un coltello affamato taglia il pane.

L’occhio d’un delfino lacrimare sale
e quello di cenere di un bambino accendersi
d’amore sul ranuncolo spezzato nel calice,
la lanterna d’una casa alla porta delle brezze
sostare nel tramonto e sostituire il sole.

La luna con un fiore rosso tra i capelli 
lacrimare al tepore del fuoco di vecchie spine 
e  le fiamme come  mani d’oro pallido 
destare i sogni di un bambino al sorgere e calare,
e udito la civetta col topo sul fico e il suo rantolo.

Ho visto la bocca della notte soffiare sulla cenere
  delle stelle e rinvigorirne lo splendore,
nei loro occhi l’eterna età l’impietrito rigore, 
e monti e mari e genti in ogni pietra le sue forme
scolpite di compassione come mani di donna
che dormono dentro i pensieri vicino al cuore.

Una chiara luce come uno spirito soffocato
risplende sul mare immoto.






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VIA GRAMSCI


Una vecchia casa
con la scala stretta e buia
le grandi persiane addentellate
alle sue pietruzze del Trenta vive,
le finestre ancorate all’ultima sonnolenza.
Il pungiglione dell’estate
conficcato nelle carni
sui muri disseccati
bave di lumache
crepe di avido calore.
Via Gramsci dove Pindaro
credevo d’annoverarlo tra i precursori.
L’avevo incontrato al tempo d’ogni festa
col guscio di tartaruga in lira,
i visi immacolati in schegge minute
più maligne del legno del frassino,
un uomo avaro che infine
avvelenò il vino del giovane.















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VARIGOTTI


Muri di luce
crepe d’ombre e tinture
legano colori e voci,
le voci radici antiche
dove il sole non muore mai,
dove labbra di meduse
                                                    vegliano vecchi spiriti                                                     
                  intrappolati negli intonaci
                  e negli armadi…
E il vento di greco corroso
a prosciugare ogni tardo stupore.

Ah, bellissima metafora d’affinità
se potessi riposare
veglia e sogno in una sola verità
incatenato al sonno della quiete,
sul tuo corpo lucente
d’astri e di maree,
il breve attimo dell’amore.














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OLTRE IL BLU


Un mare fosforoso
                   chiese barroccate,
navi da passeggio.
La luce accarezzava  unghie carnose 
                                           d’agavi
le ciglia aperte delle persiane
a frammenti di contatti umani
distesi sui fianchi d’un pallido stupore
a un fiato caldo di vetro.

Dove ragazzi con mille zoccoli di sale
e omeri di aquiloni mordono melograni
splendono di soffi vivi imbevuti
di lacrime delle meteore eterne.

Vestito da uomo brucio la mia meraviglia
nel verde pineto dall’incenso congelato,   
sulle bocche delle maree senza canto
umide d’orme di cavalli tra astri e spine.

Nel buio d’erbe, muschi e ulivi in arco
già viene la donna con le conchiglie
nel cui viso dolente mi specchio.
Onde, brividi gravitazionali sulla pelle.






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LA CASA SUL MARE


L’eco mi sovviene
dopo grappoli di mirto
al monte come al fondo di un orto
al gonfiarsi dell’aria alla marina.
Quando maturano le more
e da un tremolio persistente
sul mare c’è il sole d’agosto
con nuvole grezze sopra l’AsseÜ
e ai tramutati Quattro venti.
Giorni nel respiro dei polmoni,
nel grido della luce di caldi muri
fino al petto
                  (la sera per un istante),
e voci che s’uniscono alla porta
tra l’odore della menta e del cardo.
Conosco i passi nella stanza
papaveri e Marsala sul tavolo,
oltre il cielo alla finestra.
                                  Quel tremore
delle voci dentro cristalli psichici
che sobbalzano su dal letto del mare.
E poi ci sono ore in cui le voci in una
stanza al sole tenendo le mai sulla vita
che fluisce, non la cancella.
                            Sono ancora tutti là?








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FLAUTI DI CANNE NEL VENTO


In via dei Lucernai
ricordo un’eco stracciata appena
il respiro dal caldo fiato
su quel pezzo di pietra
che dicono più bello del volto umano,
rondini dal petto bianco inamidato
al tetto dai semi blu calcificati.

La sera danzava nuda in ogni fessura
una collana di perle al collo
ai clamorosi occhi che tagliava
e un mantello foderato d’anemoni
con la brezza che arrivava dal mare.

Dove l’amore rotolava sui materassi
coperti di stelle dell’offertorio
la testa ubriaca della luna nel vassoio
con la barba delle maree,
e sotto la cenere piena di lacrime,
i sogni dalla carne lacerata
nella brezza del mattino i disgusti
ai flauti di canne nel vento.












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23 AGOSTO


Se allontanassi dall’antico
proseguire l’ambigua debolezza
della confessione o la follia del figlio
che ama ogni mutazione del suo sangue
nel germogliare di passi e maree
in quel procedere a rilento
e certi suoi tocchi, allora,
l’affettuosa figura per il quale
la schietta voce cantava divorandosi il cuore
tale la vedrei ancora propagarsi nell’avvenire,
un lento accendersi di luci e nitide soglie
esplicito addietro chiamato senso il suo odore
la mano dell’umano,i suoi frutti golosi
cercando le orme di un piede e le forme
in riva a un mare proclamato regno
di parole e segni con le dita
dove le donne di ceppo antico
e viso di  bambine che nessuno mai vide
aprono il palmo della mano dove deporre
il respiro, l’occulta radice, il sogno che dorme.













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LA TORRE DI AVVISTAMENTO


Il giorno grasso nell’occhio dell’aloe
sopra un gran pavone d’orizzonte
                  aveva una strana ambiguità:
Le immagini rubate sulle pietre della mia terra!
E boschi, tribù di venti fan tremare
monumenti di cristalli messi lì da navicelle
della luna il cui nome significa musica,
il mare del canto e della danza
che ruggisce ancora come vento nel camino
foglie sospinte dalla corrente
come fiaccole pallide prive di fiamme.
E poi tutto ciò che io potevo dipingere
come reliquie murate da una chiromante
sulla scia del saraceno,
sui sassi alla polpa dei frutti acerbi
scaglie d’ossa scaltrite al sole
e tendaggi d’ombre
dove posero terra i miei piedi
presso la fonte
su quella strada che non c’è più
alle mura della torre,
per vedere quello che aveva
visto l’occhio che sapeva volare.










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UN’ ESTATE


La frusta del vento
uno schiocco di palme
e lune piene giganti,
ha una contigua scaglia
la lingua rasposa d’un sasso
metafora spenta d’una ruga dentro l’ombra.
E l’occhio lacrimoso d’una valva
che ci chiede:
-Dov’è il gusto della sua bocca?
Le flotte dei papaveri rubini
delle mie cascate di rovi,
delle marine dai mortali bagliori?
Nulla mi disseta
come la più selvaggia riva ai fuochi
deserta come quelle case umane
al fresco abisso della sera.
Lo sciame di pensieri a strapiombo
sul filo della memoria
gira nell’aria senza pietà
come il grido affamato di voragini
del gabbiano in volo,
la luce odorosa che da fiato ai singhiozzi
degli uragani nella notte senza nome.
 









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BALLATA


Lo scoglio aveva grandi occhi neri
l’alito bollente d’una “Strega”  
             alla porta degli ubriachi
il bruciare famigliare nelle darsene
con calcari e arenarie al pelo riccio
del legname fumigato dall’incenso.

Posavo nella nàtola il ginocchio del remo
come il mio passare,
          senza scalmo
                                    e senza stroppo,
per capire quello che cercavo
quando la madrepora nel midollo del vento
fermò il suo stupore assassinato
dai denti d’avorio e dalle mani rosse
                                dell’uomo,
il mio sogno e morte
di barche e brezze arenate
dove il mare rigorgava olio dei motori
voci antiche della costa,
                                  degli scorpioni,
come glandule sebacee di odio,
con i nomi nelle voragini
negli uragani d’umidità e lamenti.









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UN LUOGO DISABITATO


Quasi un sussulto prima dell’alba
il soffice silenzio nel cuscino,
un occhio va solo per il mondo
nel levarsi come nel cadere
dei fiati che fanno le maree,quando
stringono il fradicio legname divorato nei lamenti
e fanno la conta delle anime per abbracciarle. 

L’occhio d’una donna guarda
giù dalla finestra la notte sprofondata,
le radici dei lamenti senz’acqua,
e il vento rilascia ciocche di capelli.
Sotto gli zoccoli dei figli bave di raso
chiamati i nomi dai suoi morti. Infine 
lo stagno schiarisce agli uccelli del ritorno.

L’onda sul letto d’una nuvola in supplizio
presa tra gli artigli delle mani bianche 
si accoppia coi cavalli del monte Pelio
e genera i Centauri senza toccarne le carni
liberi di offrirsi volontari per morire sulla riva.






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