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mercoledì 2 aprile 2014

I MIEI LIBRI- QUELL'ULTIMA CALDA ESTATE


                       
                                                                        Copertina








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Prefazione

  Una lotta  estrema. Un  amore estremo, in un eccesso di sensibilità diventata  malattia, in  cui i protagonisti sono convinti di aver perduto la “metà” della propria vita e di non poterla più ritrovare. Ritrovare in essa, un modo nuovo di esistenza, di felicità. E  il  tempo  che inesorabile trascorre e obbliga  a  guardarci  in modo “storico”, volgendoci  molto spesso al passato, consapevoli  che  è il  vero fattore determinante della vita. Vivere oggi una passione non vissuta nel passato. 
Protagonisti assurdi,  ubriachi e dissoluti; spesso affettati, artificiosi, bizzarri. Vere caricature umane.  E’ questo il motore  della  vicenda, o,  se  vogliamo, il  suo peccato originale. Il Tempo, o il “destino”, si mettono  in  qualche  modo al servizio degli uomini costretti a rappresentarsi  continuamente, a collocarsi negli spazi, nei  luoghi, nei  simboli, nei  presagi, nelle  cose, in ogni percorso, affinché  ogni funzione  sia convincente, o almeno credibile, organizzando la loro felicità  o dannazione, manipolando e travestendo la quotidianità  in  un’opera  dell’artificio  dei  sentimenti, in  patetici e falsi  scenari esistenziali  dove  nep-pure  la catastrofe, la morte, sempre esorcizzate, sfuggono alla teatralizzazione  dei  sentimenti,  privati   e personali.  Un  “mondo” in cui la presenza, l’esserci, l’agire, non  è più  garantito ma continuamente sotto-posto alla propria dissoluzione. Quel mondo era ormai compiuto.








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Quei destini rubati

di oliva.novello 29 agosto 2016


Con questo libro Sergio Ghio ci regala pagine di indicibile bellezza, con la ricchezza lessicale che gli è propria e che sa trasformare la prosa in poesia, mutuando talora da  quell’universo il suo linguaggio, con uno stile corposo, elaborato e personale. La narrazione inizia con l’incontro fra il nostro autore e un vecchio montanaro della Val Cicana, il quale gli racconta le vicende della famiglia Grixia, i cui membri erano presenti in quei luoghi da centinaia d’ anni, pastori senza gregge ma pastori, civiltà contadina che verrà spazzata via dai ciclopi del rinnovamento in lampi di tuoni e di guerra. I primi capitoli del romanzo sono dedicati a Rachele ed Aimone, figli adolescenti di due fratelli Grixia, Ignazio ed Asterio, colti nello sbocciare del corpo e dei sentimenti nell’Eden dell’aspra valle ligure, che saranno costretti a separarsi quando una grande tragedia colpirà Rachele. Al centro dei cambiamenti in atto negli anni Cinquanta, si trova Asterio Grixia, padre di Aimone, in un tourbillon di personaggi, di vicende, di intrighi in cui ci si sente  travolti; sono pagine  popolate dai personaggi più disparati e inverosimili: ubriaconi, delinquenti, prostitute, fattucchiere, il tutto arricchito di tanti dettagli, di tanti particolari (la réclame, la radio, l’Eiar,  i prodotti taumaturgici, le sigarette Eva, la rivista  “Grandi firme”, Veronica  Lake, gli  sciogli lingua tedeschi del metodo di Otto Popper, ecc.) che si ha l’impressione di un fondamento di verità nella storia narrata. Asterio, travolto dalle conseguenze del cambio epocale, incapace di adeguarsi alle novità e vittima di antichi e nuovi soprusi, in un delirio di disperazione distrugge con il fuoco il vecchio mulino  di  sua  proprietà e vi  trova la morte. Magistralmente tratteggiate, oltre a quella di Asterio, le figure di Aimone, figlio che ha deluso il padre sotto ogni punto di vista, e della cugina Rachele, nonché quella di Isadora, moglie e madre, che reca nel corpo e nella mente le ferite della famiglia d’origine. Ma si può dire altrettanto dei personaggi minori che ruotano attorno ai Grixia, come le bella Abigaile o Stellina, e le varie sanguisughe senza scrupoli che sacrificheranno Asterio per salvare loro stessi dal baratro della povertà. Sarà il figlio Aimone a cercare quella giustizia che il padre invocava con mani vuote che ingombravano la stanza,  nell’ultimo suo tentativo di salvarsi dal disastro.
Romanzo, avvincente, scritto con più registri, storia da tradursi in versione cinematografica, che per tema e collocazione temporale, potrebbe inserirsi nella scia dei film del neorealismo , anche se Sergio Ghio, non facendo parte di quella generazione, dà un tocco personalissimo al racconto. Già il dipinto scelto per la copertina, paesaggio espressionista, ben rappresenta e racchiude l’intera vicenda umana, qui narrata. Storia originale con accenti struggenti, romanzo da gustare in tutta la sua bellezza!




oliva.novello


Oliva Novello nasce a Mirano (Venezia), dove tuttora vive, nel 1949. 
Ha svolto  il suo  lavoro  nell’amministrazione  scolastica. Amante dell’arte e della musica ha seguito per diverso tempo corsi di entrambe le discipline; da parecchi anni è corista nel gruppo musicale “Guido Cingano Ensemble”-Classic Sound, Associazione  Culturale  e di volontariato  di cui è anche presidente. Ha fatto il suo esordio sulla scena della scrittura poetica nel 2010 con la collezione “Esitan…do”- versi in libertà; 
è del 2011 la seconda collezione “Foglie”- Raccolta di versi.   



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Avvertenza

  
   Quando entrai nella valle, il sole scioltosi dalle catene della notte iniziava a sorgere oltre l’orizzonte degli alti monti quasi come monumentali e salde fortezze in mano  alla natura. Boschi  rigogliosi e inaccessibili, rocce vestite di verdi  muschi,  orridi  dalle  bianche  pareti,  spaccate in crepacci. L’aria 
del  mattino  fortemente stratificata in tutto quel bagno verde, era vivacizzata dalle esplosioni della dinamite nelle miniere sugli abissi di pietra. Tutto quadrava con la stoffa a finestra di un uomo che pareva navigare nei crepuscoli dei ricordi vorticosamente, nel delirio della stupefacente botanica e l’occhio ignaro del cane  pastore accovacciato lì accanto.   
  Il  vecchio  montanaro aveva le sembianze  d’un avezzo adamante accartocciato, e mi guardava sorri-dente con quello  sguardo folle e velato che hanno i birbanti consapevoli  che non rappresenta  nè una schiarita, né una certezza, mostrandomi sorridente gli ultimi denti ingialliti capaci  ancora, come  una morsa logora e arrugginita, di stringere nelle sue ganasce la pipa di legno con un piacere fulmineo. Pareva ridere di  me, come dicesse:
  “C’è qualcosa di meglio d’una bella pipa consolatoria?”
  No, pensavo, vedendo  con quale piacere scaraventava in aria le vampe fumose d’un qualche diavolo che bruciava dentro.
  ”E’ meglio dei vangeli”, dissi un po’ soggiogato così come ammoniva Cioran nei suoi  sillogismi  sul  tabacco. Mi  trovavo di fronte a un vecchio montanaro quasi centenario forse unico esemplare di una comunità ormai  scomparsa  della Val  Cicana, che  vedevo  per la prima volta.
  Portava una camicia di ruvido  cotone a  quadri  neri e rossi, e in testa un cappello  di  feltro  nero, e dalla grossa pipa mandava nell’aria guizzanti sbuffi di  fumo  azzurrini. Il  volto  disseccato, chiazzato di feccie brune, i baffi incanutiti, tradivano l’età.  Eravamo  ai primi freddi d’autunno, e mi ero spinto fin lassù  durante  le mie ricerche di vecchie storie locali. 
  “Una volta qui c’erano legioni di mulini, e la gente vi si affollava ronzante come api sul  miele”, disse soffiando fuori  una  boccata di fumo  da buon intenditore, “sono  rimaste  le cave  di pietra…rendono  di più, e questo non mi stupisce...”.
  E mi  raccontò  con  lo sguardo sfocato sull’orizzonte, della sua quotidianità fortemente ancorata a quella  terra, una struggente nostalgia nel ciclo  delle  generazioni, la  coscienza che quel  mondo irripetibile non poteva essere più  ristabilito. Della sua vita “precedente” di cui avvertiva gli spasmi, mi  rivelò non senza  pudore, d’avere sfruttato ogni elemento, da contadino  ad allevatore, da  minatore  a  mugnaio. Anche  la bestia da soma lungo i fiumi tirando i barconi di sabbia e gridando proprio come le bestie quando stracarichi, non si muovevano  d’un palmo:
 Quegli animali, li conosceva bene. Durante la Grande Guerra faceva  il  conduttore muli,  guadagnan-dosi  due  menzioni  speciali e perso  un dito...
  “Vedi, i muli a volte non capiscono  ragione, sono  degli animali molto strani. Anche a bastonarli  tutto  il  giorno non si muovono d’un passo. Sono tremendi. Non vogliono sentir discutere. Ma  cosa  puoi farci? Niente. Come per  la  vita  più  miserabile che esista”, sussurrò  appena alla fine, ”e che non ti chiede mai  scusa di quello che non comprendi a  questo mondo. Di  quell’altra,  poco mi importa...ma ora ascolta...guardati intorno, quale miglior luogo  di  questo! Anche il diavolo ci veniva a passarci le estati”. 
  Era ciò che volevo  sentire. Mi offrì un bicchiere di vino e  mi raccontò di una strana vicenda di terra, di mulini e di uomini, di spiriti  a tutela di un’indipendenza minacciata dalle  nuove  istituzioni, e insinuatasi  in tutte le  nuove  forze, avvenuta su quelle terre nei primi anni del cinquanta. .i uomini sovente vengono sedotti da ogni ricchezza e abbondanza"mulino,così da fabbricare farina.Appunto,la "55555555555555555Ci   fu un tempo in cui nella moltitudine delle varietà  delle cose adeguate all'esistenza, al lavoro dei contadini spogliatisi d’ogni vezzo, d’ogni affezione sociale e mondana nella nudità  della  loro esistenza  lottarono contro  tutte  le  forze  moderne che si abbattevano ai loro
piedi e li cacciava dal campo  della storia, continuando  caparbiamente quell’antico  lavoro, e i vecchi mulini adeguati all'universo  primitivo, votati  ora  all’imminente catastrofe, ancora  sfolgoravano  sotto i raggi del sole quando come  il  sole, erano fonte di vita per gli uomini e per  i paesi, e ancora  ai boschi coi suoi ruderi così neri e ignoti, dove i fiumi da lì ricomposti, distendevano  le acque dal gelo della notte, il giorno si toglieva il velo nebuloso per guardare all’Oriente.
  Nei primi anni del  secolo ventesimo, la valle  della  pietra  nera brulicava  ancora di vita prima che i ciclopi  del  rinnovamento la gettassero in quello  sfracellarsi  dell’esistenza,  in lampi e  tuoni  di guerra di lì a poco. Dove pure le città ferventi di idee  nuove  s’arricchivano  di officine, di codici  del commercio e i vari eserciti di costruzioni  da guerra, spingendo  fino  al cielo altrettanti torri e arnesi di battaglia.
  Alcuni decenni dopo la maggiore  parte  di  essi erano scomparsi sotto
 l’incessante avanzata di un’altra “civiltà”. E  per il commercio educato all’infinito  dagli  interessi  e dal  potere degli Stati, sminuzzando la società al  minuto, ricoprì  il  mondo  del  ferro delle navi, accumulò e disperse ricchezze  dovunque, spinse  le  sue  peregrinazioni economiche ovunque. I vari personaggi come  astri solitari, sembravano risplendere  in una solitaria metafora: Guidavano i resti della vecchia  società  umana contadina, come  princìpi generali, il diritto alla civiltà propria e antica, e il diritto all’azione, alla lotta, contro coloro che avevano preso il  loro posto  e sostituito  Apollo e Diana, in  luogo  di forme di ferro e di granito, di febbrili metafore, negli spazi della vita. Era tutto ciò che più  desideravano. La contropartita prima della morte.
  La guerra spazzò via ogni età. L’era dell’industria rusticana era  finita sotto gli ingranaggi  della storia. Le nuove unità  di  misura  non erano più l’ettaro, l’acro, ma le tonnellate di merce prodotte. Tutto il resto era letteratura agreste. Provincialista. La qualità della vita decadente e pessima. Chi cercava di sottrarsi  ai nuovi comandamenti in virtù degli anni, dei secoli trascorsi nei campi, nelle stalle, o a cielo aperto pensando di poter vivere ancora  a lungo  nella carnalità umana che fu, sotto l’occhio protettore  degli  avi, degli avatar della terra, non sarebbe sfuggito al suo destino di sconfitto su una terra di sconfitti...


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Tigullio orientale
le verdi vallate del Cicana…



   
   Una bella valle, quella del Cicana. In basso, ruscelli e fitti boschi di pinastri, di querce  e  castagni, in alto, pianori erbosi e rocce spaccate dove brillavano trecce di  bianco calcare. Dagli altari  di nuda  roc-cia, all’incenso acre delle conifere, alle pietre dei muri rivestiti di muschi.
Una valle fatta di altipiani,  creste  rocciose, cason e prati verdeggianti, filo spinato, mandrie  di vacche e branchi di cavalli, fitti boschi che si perdevano a perdita d’occhio, fino all’orizzonte, fino al cielo. In quella valle i Grixia avevano fondato  una  parentela  che pensavano indistruttibile nel tempo come l’er-ba e i torrenti.
   Si chiamava  Rachele Miranda Grixia, capelli nerissimi, labbra piene, occhi scuri con riflessi azzur-rini fuori del comune, era  l’unica  figlia di Ignazio e Cosetta Grixia, e venne al mondo alla mezzanotte di un giorno d’autunno  quando  la  valle  sfiatava di freddi e umidi vapori cristallizzati  sotto  le grigie nubi e l’erba unta, mentre  il sole brillava sui rami degli alberi ridotti a brandelli.
  I due nomi le furono  dati  perché  erano già appartenuti uno ciascuno, alle due nonne materne anche se lei in seguito continuerà a scrivere solo il primo, e a pretenderlo in qualunque firma e documento.  
  Poiché la madre finì  presto  il latte, venne nutrita col latte di capra. In seguito quando ne sentiva la necessità, diceva orgogliosa di essere stata allattata da  una capra-balia, come fosse una specie di incarnazione mitica. Quando il 14 luglio 1948 avvenne l’attentato a Palmiro Togliatti, la notizia  fulminò gli  italiani  intorpiditi  dal  gran caldo, scoppiarono tafferugli  ovunque:  L’intero  Paese venne per-corso da una scossa elettrica : scioperi  generali, operai e contadini in piazza, la folla in marcia, fabbri-che occupate, le sedi cattoliche devastate, la Celere in azione, poi i primi colpi, gli scontri e l’inevitabile spargimento di sangue. Si spara. Compaiono i mitra, i celerini  rispondono, si  contano i primi morti. Da più parti si invoca la calma,  ma il Paese è un vulcano. Il governo mette in campo l’esercito, era  l’anticamera  della guerra civile. Tutto fermo, niente  giornali, tram in deposito, treni bloccati, la Borsa chiusa. Scelba alla camera dichiara che il governo è in gradfo di controllare la situazione…in questa  situazione  Rachele viene  spedita  in  un Istituto religioso delle Orsoline poi, quando  la  furia  politica si era affievolita finì gli studi al Ginnasio  insieme  ad alcune cugine figlie di una sorellastra di Cosetta. In  quanto  alla  religione  nel  periodo trascorso all’Istituto non ci volle molto a chiunque,  capire la ragione delle sue crisi isteriche durante le lezioni. Al fervore della madre, i Grixia avevano perfino una panca riservata con tanto di targhetta in ottone che occupavano tutti insieme la domenica, la  figlia  sembrava refrattaria a qualsiasi  sermone sia  domestico, che  festivo. Durante le varie  funzioni  attra-verso i sentieri  raggiungeva  con  alcune  amiche “atee”, un  boschetto intricato da un ruscello che ser-peggiava  tra gli alberi, soffici nidi d’erba lontani da occhi indiscreti e lì si confessavano leggendo da un quaderno sgualcito storie  “d’amore di  innamoramenti finiti male”, per dare risalto alla loro infantile fantasia.

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  Al retroterra culturale della devota amichetta Giulia Morellini, capelli folti scuri, occhi grandi  e neri, labbra già piene, grassottella come una botticella, figlia  di un commerciante di origini piemontesi, intelligente quanto arrogante, contrapponeva capelli neri  lucenti, occhi aggioganti, e sciropposi, una bella bocca, corpo  snello  e agile e, soprattutto, effetti speciali nei  suoi  racconti  che lasciavano il segno sui loro visi increduli. La madre una volta le aveva  mostrato un  libro  rilegato  in  cuoio  rubino  con  caratteri  d’oro  in  cui  conservava  gelosamente  le lettere che le aveva scritto suo padre. Non le aveva mai letto una sola riga, ma era certa che suo padre malgrado fosse di poche parole e non  la fa-cesse mai  troppo  lunga, in  quelle lettere ancora profumate doveva esserci  depositato  tutto  l’amore  di un uomo per una donna.  Con quelle parole  aveva  eliminato  schiere  di  pretendenti che bussavano alla sua porta.   
  Alla fine, esauriti  i rulli  del  cuore, Rachele e  le  amiche correvano a mangiare il mais,  ciliegie e carrube, mele, o  la  prima  uva  matura nei campi vicini. Alle feste della mietitura, o  alle fiere, come una reazione accesa ed esasperata facevano propaganda a favore di Carmelo Zunino, uno del sud stabilitosi in paese  dopo  la guerra, e che loro percepivano come un “vero rivoluzionario”,  in  una terra  di  cristi, santi, e  paternostri.  Accoccolate  dietro qualche vecchio casone, una tenda, o nel bo-sco, cantavano l’universo infantile in una  ballata  popolare  strampalata  come stessero spiando il mon-do intero da una finestra.   
  L’edificio in cui era nata Rachele era solido e sobrio. Senza fronzoli, i muri bianchi, archi robusti, e le  finestre  con  le imposte grigie all’ombra dei folti alberi. Sull’arco di legno, un’iscrizione a fuoco:
“Casone Grixia”.  L’entrata era sormontata da due figure di cavalli di pietra impennati come a reclamare la libertà. Una volta superati si apriva un’aia  spaziosa circondata  da alberi e piante d’alto fusto, una stalla e un grosso granaio per gli attrezzi. L’interno era spartano, gli elementi architettonici  in  simbiosi  con i mobili, i tappeti, le sedie e i tavoli, gli armadi odoravano di legno  di  noce. Alcuni oggetti  dell’arredamento, erano in grado di incantare oppure di annientare la fantasia. Provenivano da più parti del mondo, tamburi tungusi, maschere  figine, kriss malesi, tappeti  persiani, pelli  di bisonte nord  americano,  archi pigmei, e “bastoni dai poteri magici”, dei curanderos peruviani.  
  C’era qualcosa  da emozionale grido d’occasione che parlava da solo. Un contrasto in un  gioco  di  effetti, come il gergo da “strada” usato a volte da Rachele  per  impressionare  e mettere  in  difficoltà chiunque. Voleva diventare sexi, intelligente, libera a tutti i costi e conquistare  e dominare  tutti gli uo-mini  che voleva in barba a tutte le convenzioni dei suoi genitori. 
  A tredici anni Rachele era già attraente e proporzionata, rabbiosa e instancabilmente  sicura  della  sua  filosofia  dell’arbitrio contrapposta  a quella della ferrea  logica  paterna, che  ben  presto  avrebbe spezzato il ritmo riservato famigliare, e lasciata la casa della sua infanzia. Una casa fortezza  capace  di isolare  e distruggere  gran  parte dei suoi sogni.  

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  Era convinta che la  mancata  nascita  in famiglia  di  un figlio maschio avesse frustrato le ambizioni di vita dei suoi genitori, senza per  questo concentrare  su  di  lei le speranze più  promettenti. Nemmeno superare brillantemente gli esami al Ginnasio, rappresentava  un segno tangibile  delle sue capacità. Sprizzava vitalità, abilità e fermezza, in un mix ostinato ed eccezionale.  
  I capelli lunghi folti  e  neri, le labbra piene e sensuali, lo sguardo magnetico, le davano  un’aria decisa e insolente assieme. Arrivava a scuola portata  da un autobus  delle linee “Manzamilla-spa” che in meno di  tre quarti d’ora  la depositava all’ingresso, con un umore ardente e attivo, davanti alla cattedrale e ad alcuni edifici pubblici tra cui quello comunale e la stazione ferroviaria. Vestita  in modo particolare, gonne  di stoffa pieghettata,  maglioni pesanti o giacche col collo alto, scarponi o stivaletti, nastro colorato  nei  capelli  che le scendeva fin sulle spalle e zainetto con dentro  il  necessario. Questo stile faceva ingelosire molte compagne ancora alle prese con quaderni ordinati, libri di testo fasciati con carta incerata per non sciuparli, astucci di matite e penne, farfalle e cuori trafitti disegnati, fiori secchi e nastrini variopinti  da permutare,  ma i maschi la  trovavano  affascinante, e  durante  la ricreazione saliva sul podio del campo di battaglia dove teneva banco frustando ogni ambizione scolastica pro-grammata. Diventare capogruppo della classe come Marta Castelli  senza  grazia  e talento che si rovinava l’infanzia legandosi a un ragazzo disperatamente mediocre che aveva acceso ed eccitato la  sua  immaginazione, figlia  di  un  assessore che si rovinava la vita in maratone  sociali  e chiacchiere  diurne e avventure notturne, rovinando anche la sua  futura  esistenza  da adulta, istintivamente falsa e pretenziosa  nello  studio  come nei giudizi  sulle spersone, non  faceva per lei. Odiava il loro spet-tegolare continuo, le loro meschine ambizioni di “bambine”  viziate.  Preferiva  fare chiasso e  parte-cipare alla vita scolastica con i gruppi di maschi. C’era uno in particolare, che organizzava festini e baldorie a tutto spiano, e aveva una grande attitudine allo scherzo anche feroce nei confronti di  chi  capitava a tiro, che l’attirava particolarmente  perché  oltre  ad  abbaiare  contro altri maschi e alcuni professori,  sembrava  oltremodo  interessato all’azione  sociale, alle riforme nel Paese, leggeva Marx, e poiché  diceva  di  avere nelle vene il sangue di una bisnonna “chicana”, leggeva ardentemente, e pre-tendeva lo facessero  tutti i ragazzi  del  gruppo, Rodolfo “Corky” Gonzales, e  Josè Carlos Mariàtegui, conosciuto anche come l’Amauta.
  
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   Era intelligente e malizioso. E possedeva  un modo tutto maschile per coltivare  e approfondire ogni approccio con le ragazze. Provava certamente gusto, a sovvertire ogni principio di legalità. Aveva molti amici, ma i suoi veri compagni  formavano  un gruppo di quattro ragazzi e tre ragazze, famosi nella scuola, rappresentava un gruppo invidiato, talentuoso  e  forbito, che li univa insieme in una attività  di studio, di sport e di passatempo, e una grande attitudine all’irriverenza. Caos e anarchia in classe, eva-sioni oltraggiose e terribili. A un certo punto, dopo  l’ennesima scorribanda, pensava di non poter più fare a meno di lui, pensava  fosse  una  specie di addrizzatorti romantico.
   Era un vero assassino di ragazze. Ma lei alla fine, malgrado la nutrizione dei suoi sentimenti, decise
di non farsi brutalizzare né da lui, né dai loro scherzi atroci. La morte  di  qualcosa spesso, nutre la vita di un’altra cosa. La sua vera, segreta e inconfessabile  attrazione, non aveva bisogno di pubblicità, corrispondeva a un preciso nome: Aimone Grixia. All’iniziò provò vergogna. Poi dolore  e  orgoglio fino a sprofondarlo in fondo a un ritornello non più lamentoso:
  “Occorre mettersi il cuore in pace!” Doveva abituarsi alla muta sofferenza. Ma quel segreto a volte, continuava  a  viverlo  in modo feroce e perverso. Aimone  Grixia  malgrado  la  sua giovane età, era già alto un metro e ottanta,  era bello, ben sviluppato, forte e volitivo, la battuta tagliente. Lei  lo vedeva co-me  scorribande  sfrenate, emozioni  realistiche, o comunque sia, un misto  di  certezza, di  solidità e di invenzioni, qualcosa di insolente come i suoi occhi dal fondo  inquietante, i capelli folti e neri, l’incedere che sembrava sradicare la terra sotto i suoi piedi.   
  Non proprio  una specie di ritratto nuziale ma un albero alle cui radici potersi attorcigliare in una specie di “accoppiamento” seducente, più per il cuore e l’avventura che per qualcosa di cui non era ancora degna di scrivere.
  Malgrado l’infatuazione per lui, non ci fu altro tra loro che chiacchiere sorte qua e là come funghi velenosi. Si divertiva e soffriva a nascondersi come faceva a volte col cestino  della  merenda, occul-tandolo dietro un albero o dentro un cespuglio di rovi. Non sarebbe mai uscita dalle sue labbra una dichiarazione fantastica e rivelatoria, tipo:  “Un  giorno o l’altro glielo confesserò!”
  Uno dei loro luoghi d’incontri preferito era la“Taverna del Coniglio” poco fuori del paese. Anche Aimone  aveva i  suoi  amici, e senza tanta difficoltà. Non erano impegnati  in  particolari attività di studio come il gruppo scolastico, ma erano atletici, tosti, solidali, non  guardavano in faccia nessuno, nemmeno gli  ospiti paganti, e non si lamentavano mai.
In una specie di punzecchiatura e qualche risata, il gruppo veniva chia-mato la “banda dei conigli”, e la cosa era più ridicola che mai.  Nessuna ambivalenza verso di lei. Le ci volle poco per integrarsi. Signi-ficava trovarsi nel cuore dell’avventura, l’occhio lustro, il vento giù  fino  alla schiena. Lentamente, diventava una tenerezza profonda, occhi selvaggi che azzannavano  di libertà, esercitò  il suo fascino anche su di loro. Le sue idee fluivano spontanee, e venivano subito inghiottite, il suo freddo sarcasmo li 

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teneva in pugno. Cominciarono a vederla in un altro modo, come una di loro, come vera mentore, non più come un’adolescente arguta ma un’amica intima. Ad Aimone, ignaro dei suoi veloci sentimenti, riservava moine, facce strane, parole  impetuose, punti e virgole, baci e lacrime, o tutte e due insieme.
Ma c’era  un odore di stalla, di  latte, di dolciastro strame, di terra e erba  in fondo  a  ogni  desiderio, laggiù  in fondo all’animo che fremeva, scalpitava ancora e più, sul manto lucente arrogante in punta di zoccoli: La passione per i cavalli. Passione che trasmise a Aimone Grixia.
  Per Rachele era una continua corsa in piena libertà. Era davvero bella, alta e sottile, gli occhi neri simili a due carboni accesi. Il suo cavallo lo conoscevano  in  tutta  la vallata. Era impossibile im-maginare qualcosa di più meraviglioso. Faceva gola  a  molti, e più d’una volta ci avevano provato a rubarglielo. Roba rubata fa buon pro. Nero  e lucente  come la pece, i garretti forti e sottili  simili a gambe di mogano, due occhi grandi  come  due dischi che annerivano lo sguardo senza cedere mai.  Poteva  cavalcarlo  per miglia e  miglia.  La seguiva docile ovunque, e  conosceva la sua voce, tanto che non lo legava nemmeno. Quel grande impulso irrefrenabile  non finiva  mai. Aimone non staccava  gli occhi da  lei come una  punizione  e, allo stesso modo, in quello sguardo  quasi privo di  volontà, lei  tra-duceva ogni risposta  in uno riflesso tagliato come un diamante che pareva frugargli anche dentro l’ani-ma.
  “Oggi andremo fino al burrone…”diceva ridendo quasi brutale in una perenne  sfida, in cui dovevano lanciarsi per primi dai magli di rocce di un dirupo, ”e poi, nei boschi…alla sorgente..”
A volte, quando il suo sorriso era più dolce e mite che  non puniva arrogante, andavano a celarsi seminudi  nei  pressi  di  una sorgente sfarfaleggiando come insetti  nelle  siepi, sull’erba  d’un colore verde acceso, il torso ancora rozzo di lui e quello già prominente di Rachele, svagati come animali al pascolo. La sera riprendevano  la strada del ritorno, i fuochi schiaravano il cielo, fin da lontano  si  sentivano gli odori forti  di stalla, di caldo strame, di latte; e più oltre, da  calmi fiati, il fumo delle pipe e gli  occhi  nelle cappe, nel messale.
  Poco prima  della partenza Aimone si  presentava in tutto lo splendore della sua giovinezza, affondata nella  camicia  e  nei  pantaloni  all’ennesima  lavatura, le  maniche  ripiegate  all’insù, i jeans  rivoltati sugli stivali mentre con una mano stringeva i guanti da lavoro e il cappello e con l’altra si ravvivava continuamente il ciuffo di capelli ribelle. Il suo volto asciutto esprimeva vivacità e esitazione.       
  Rachele  nel  frattempo, si assettava l’abbigliamento in modo sbrigativo e nervoso davanti a un vecchio specchio attaccato a una parete della stalla, tirando su e giù il foulard di seta girato  intorno al collo, alzava e abbassava il mento dentro e fuori il colletto della camicia. Gli abiti erano molto stretti. E im-mancabilmente gli domandava:
  “Dì, mi stanno  bene  questi nuovi pantaloni? E la camicia? L’ho fatta venire apposta da un  sarto  di città. Quel giudeo! Un giorno o l’altro lo  mando a “cagare!”  Mi stringe sotto le ascelle! Ci vorrebbe un altro pò di profumo…”
  
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   Spesso Aimone  sentendosi  risucchiare in  quel vortice  così surreale, multiforme  ed  eccentrico  dalla  voce calda e morbida, bassa, pensava l’avesse trasformato  in un  perfetto  idiota, senza riuscire a fermarla ad averne ragione come fosse il solo desiderio che avesse verso di lui.
Niente la frenava…un attimo  prima era aggressiva, disprezzava tutto e tutti, qualche istante dopo, odorava di lavanda selvatica, di vaniglia, divertendosi un mondo  a  prenderlo in giro estraeva da una borsetta  di stoffa una fiala di profumo e  versava una gran quantità sotto le ascelle, sul foulard, sulla  camicia, come quella volta nella  banca agricola, davanti all’impiegato trasformato in un assoluto mutismo.
  Non  lo capiva forse, ma aveva l’impressione  che lei agiva ogni volta come  fosse il  suo  carnefice. Pareva  non  volesse  altro  che lasciargli dei brutti ricordi, divorando avidamente il suo cuore.
  Sellati i cavalli, andava  ad  aspettarla all’ingresso della stalla rigido e freddo come il ferro e con sempre minore  entusiasmo. Doveva porgere l’altra guancia della pazienza?
  “Non sei la figlia di Ignazio e  Cosetta Grixia, ti hanno presa nella rumenta!

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