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domenica 29 giugno 2014

I MIEI LIBRI


COPERTINA




                                                              A Toni Bregante
                                                                                                   autore del libro
                                                                                     “Cento barche cento padroni”

                 





Sergio Ghio
    
LA NAVE IN BOTTIGLIA
(conversazione notturna)














©

Tutti i diritti di copyright all’autore.
E’ vietata la riproduzione anche parziale o totale
in ogni sua forma.
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Sergio Ghio  è  l’autore del volume vincitore della sezione dedicata alla Bellezza, al Concorso curato dal Festival Internazionale di Poesia “Parole spalancate” di Genova. Fortemente attratto dal mare,sua grande fonte d’ispirazione che rientra in quasi tutti i suoi libri, La nave in bottiglia di Sergio  Ghio  è “un attraente invito a immergersi in un mare fatto di miti, di fresche correnti, di eterna bellezza.
Il sapiente uso della lingua, con uno stile ricercato e raffinato  ma  che  evita  ogni autocompiacimento, riesce  a tenere alta  la  tensione  lirica  per  l’intero libro, e  regala al lettore un viaggio  sensoriale  in un universo marino fatto di odori salmastri, sfregamento di sartiame, rimbombi di stive”





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                                           “Mi tornate vicine, voi figure mutevoli
                                            che  siete presto  apparse, un tempo,
                                                 all’occhio incerto…”

                                               (Wolfang Goethe)









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Brogliaccio



Le vecchie palme ora puntellate ed erose
erano dipinte e intonate con quel blu
che come sangue, scorreva nelle mie vene.
Non potrei spiegare come l’Intagliatore
morì senza aver mai saputo che un giorno
avevo rotto e riparato il sostegno di legno
di una delle sue navi in bottiglia immersa
in quello speciale blu dorato sacro di materia
che sostituiva in ogni senso il mare.
                               Potrei spiegare perché
continuò a intagliare scafi e alberi
progettando la navigazione in menti tenebrose
e calvari a forza di restauri armati atomo per atomo,
e la sera seduto sulla panca di granito dura
ad aspettare il nitrito dei  “cavalli” in parata                              
e come carri frangiati cozzare quale resurrezione
nei sogni, dei cadaveri sulla riva a fine del viaggio.
Spiegare per ore lo stretto collo di bottiglia
nelle taverne dove si diceva: Camomilla di vite,
anche il giorno di Ognissanti, a Porto Said
             o forse per tutta l’America.  
    Ora è sepolto dove pochi sanno parlare la
sua lingua, ossa ammucchiate
per continuare a tirare su con la chiglia
alghe e ricci o l’odore dell’incenso e dell’alga
la figura dell’albero, lo stucco epossidico
la stoffa bianca con la croce di Malta;
                     la bocca del sole e il suo calore
e poi ancora, e ancora un vaso nascosto
un bastone da passeggio la sera dove le luci
color crisalidi si accoppiano nell’aria
mite di stelle o in un orto di cocci smerigliati








1

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ucenti come Eliadi alla finestra
                                     d’una stanza spenta,
dove sua luce rischiara come oro
      l’orma sulla spiaggia che s’è fatta pietra.
 (Mi raccontava un mansueto uomo:
           Mi resta un solo brevissimo passo,
quello in cui entrerò nel suo canto
nell’eterna solitudine in gran riunione
e del definitivo silenzio del suo dio).
  Mi domando,
se la sua scomparsa sarà stata la fine di un’era
e lui seduto sotto gli spilli delle stelle
studia l’ago della bussola che trapassa
i cuori di tutte le rovine
         o sotto gli altari dei venti benigni                    
danze degli scarni remi,
custoditi tra dita invisibili fino ai cancelli
della morte.
                         Forse scorderò il suo nome
in quelle maree che spargono sale
il mare, gonfio d’orgoglio
                                   uccide i suoi poeti?














2

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I

Primetta, lasciate le sere di luglio.
Poi il Blu sui fili dal petto bianco.
Dunque la vertiginosa separazione!      
E la voce ingiallita partiva con le rondini
la luce non è mai così sicura
garante dei giuramenti
tramata di scarno nero stupore
di quel ventre oscuro che è la terra.
Accesa ai barbagli che sovrasta
dove palpita la radice sola,
                     in un’ombra.
Potrebbe anche cadere il sole
che sa della mia morte? 
Un altro antro è pronto,
                 l’antro di un’altra madre
tra un spiro e viluppo d’alghe
antro di se stesso che si fa amore
per un’altra morte.
Una pietra preziosa andava sotto terra.
A volte una brezza di crisalidi
portata da un bosco di ginepro
veniva a trovarmi  la sera nella stanza,
la luna sorta da un pozzo di meandri  
soggiogava i miei sogni
come foglie ai rami appesi,
le porte scricchiolavano come ossa-reliquie
nella chiarezza allo specchio di un’impronta;  
come bassorilievo nel cavo della pietra,
la fiamma d’una candela cronometro
che si spegne al soffio di aliti quieti e tiepidi.




3

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II

Questo canto della mente in fuga
toccati i calcagni alla pietra
disfatti all’usurata catena,
rimasto per secoli a recidere i nomi
il sorriso che temo di scordare
tra il tinnire dei bicchieri e i crateri di cipria,
chi lo trasportò alle lampade carbonizzate
da donne che il tempo sbianca e percuote?

Tutto è fermo, fermo l’oro portato
sotto le gonne col suono dell’infanzia
alle scapole secche mute di saluti
alla taciturna pallida fiamma
spaccata l’anima grezza dei venti,
alle gabbie gialle delle nuvole
dove lo spirito dello stupore per grandezza
uguale a un dio fra i tormenti
che piaga le radici il dolce dolore,
riempie l’occhio sostanziandolo
in mari lucenti spalancati.

E dai muri dalle ossa sovrabbondanti
senza confuse resurrezioni
l’occhio raggiante d’un uomo
fissa il volto della luna uccisa dal poeta
la colomba morente all’orizzonte
segna il vivente, muta l’inesplicabile
di pietoso nutrimento.






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III

Il vento che scombina la cenere!
Il vento che strappa le lumache dal sonno!
Il vento che incendia la saliva!
Talvolta una vecchia figura scurava
contro uno specchio spalancato sulla riva,
i fiori delle onde dai petali rugiadosi 
e l’aspra foglia d’ortica attaccata
a un orecchio di pietra :
Allora, gioco di luna e ramino
la signorina Nora fumava Camel,
velo di tenebre e mille sembianze
al volo della sua energia perduta,
che il cuore del popolo è un’altra cosa
contrastato da un flebile fiato di vento.
Perché certe donne in certe passioni
vedono più di quel che ci sia,
vedono se stesse,e noi voraci figli
le frecce acute nella veglia,
l’alveare ronzante nostalgia.
















5

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IV

Forse tra poco voleranno
fradici d’ombre e di bruchi
uccelli neri d’ardesia,
marciranno le maree in pieno sole
come rughe materne d’una madre
celata e stanca.
Occhi del distacco incollati allo specchio
della luna su una piccola parete dileguata.
Segui quella via;
lascerò aperta la finestra, e ogni
soffio che ferisce ogni taciturno
sogno che cammina scomparirà.
Ma io non riuscivo a toccarti;
le dita servono soltanto per il cuore
nella mia casa che non è più mia
dove gli azzurri Martin trafiggono i costati
a quella solitudine di venti
di unghie di stelle, di luci ammarate
sembianze di cupole celesti rimbombanti.
Per uno di quegl’incanti,
i capelli delle stelle cadevano
a boccoli e la traiettoria della luna
cadeva sulla forma del tuo viso.
Quando il sole smise di brillare
nella stanza, e lo deposero
nel sepolcro sotto un monte di sale.








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V

Ora so che il tempo è un sogno
impossibile, una spiaggia, una collina
un uomo al margine d’una strada.
Prospettive in pendenza,
una vecchia terra che si accontenta
di un bacio, i baci delle belle bocche
col cuore nel tallone,
dove le donne si spogliano dei veli
da spose, il tutto alle loro mani
di petali e di ombre di seta
ai fuochi d’ogni solstizio della vita.
Prima che cadano giù dalla notte,
angeli ciechi al margine d’un Paradiso
Paradosso.
Oh cigni, dove siete?
Per meglio impossessarsi del reale eterno,
del presente transitorio?
L’avvenimento giorno ne ostacola il volo
sempre incatenati all’inerzia del suo nome.
Sopra raffiche di catrame, d’azzurro libeccio
d’amore nelle arie sbiancate e calde
le case di mano in mano,
fino alla gola come bestie delle emigrazioni.
Salsedine nelle vene bluastre e squame di pesci.
Quando il giorno per tutto il tempo
era sosta a un angolo, e languire,
ancora di piume le pelli bianche
il peso nei limiti della coscienza
d’una gran mole e l’erba era alta
l’ultima bocca o la stella matematica,
di quei silenzi là nella bocca d’albume
del cielo del Cane Maggiore. 







7

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VI

Il ragazzo che non dorme sulla spalla
d’amarezza, che a sera scende di là
d’ogni comprensione e urlo
nel compito d’essere vivo,
scende fino agli alti balconi, muri
della luna già incoronati e smerigliati
di gatti e civette, vola negli abiti dei sogni
gli occhi socchiusi come gli ubriachi.
Rimestavano acque d’apparenze
mentre le magnolie si dipingevano
da Settentrione di fiori carnali bianchi
e tremolavano negli occhi dei camini
spenti dove mancava il soffio del ventaglio.
Bambini dai denti bianchi sognavano
come ombre sottomarine la luce.
Quell’oro naviga nelle vene
tolto al fiore delle maree tra fuochi
e schianti, galoppi d’angeli e demoni
mentre sciolgono i capelli grifagni.
Ah, quella spiaggia di memoria
dove in specchi che divorano
danzano gli uccelli con le ali spiegate
come giovani corpi fluenti nelle piene.
E presso l’orto dove c’era la murata
foglie d’uva sul cordame, ombre
rispecchiate sotto il manto del brivido
d’ulivo, groppe di monti e violini,
cuciti alla vita da mani estenuazione
in cui entrano muse coi cestini
in un’ombra di bestia.




8

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VII

Fra gorghi impietosi e trafitture
nello scrigno del mare forse
era il folle profumo:
Sento una sorridente opposizione;
il dolente dell’amore
per il mondo ormai, il divenire reale.
Non è forse tutto un mito
il morbido racconto? E cento volte,
tre ninfe hanno cantato della donna
apoteosi dove il pensiero non ha limiti,
onde e visioni, tra parentesi e parole
e la tendenza dell’amore verso la
perfezione mai più profonda?
Ventagli d’ostriche tra le lische
in carne e ossa in cedri d’estate.
E in quelle acque trapassate
una lama rossa scende e taglia
le fronti alle nuvole al suono racchiuso
della campana come un uragano.
Mentre suonando ancora, racconta
l’usignolo in sette note di bosco
e il cuore batte più cupo di mille
coroncine d’alghe, e sciagure
chiuse le ali lucenti del suo vestito
di piume sulle spine assassine,
sul tetto d’ardesia ubriaco di luna.








9

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E come morde il vento!
Taglia alberi di mele, raschia brezze
geme agli orci di vino, ai fuochi
spettri e arpe sgretolate gli strati
delle anime nell’intimità che sembrano
vivere al mistero d’oltre tomba,
come nicchi con le pance all’aria
su scogli e stragli. Chi mai gli darà ascolto?
Tutto ciò in mezzo al rumore di quella vita
odierna spicciola di stile e di ornato grezzo
furioso, rinnovato e continuo,
perso in uno specchio in cui apparenze
straordinarie e mobili, abbaglianti, instabili
ma senza fisionomia s’affacciano e s’intrecciano
s’inseguono e spariscono rapide, improvvise...
Vedo ogni forma non già
ordinatrice della nuova e degna,
ma forme sbizzarrite in arbitrio nella sua
leggenda d’ogni martirologio vecchio e nuovo
sotto i veli dell’onda più operosa,
ad accoglierli e abbracciarli come vani elementi:
Le mostruose figure sciolgono quelle loro
avviluppate e indistinte gambe
e muovono i piedi danzando, rotto l’incanto.
Le alghe fioriscono e regnano
lo scoglio in ginocchio è solitario
nel chiostro di Nettuno che disegna
le Muse facendo l’amore con le Sirene.








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VIII

Arde il cielo delle stelle ai monti
e al mare, d’arido splendore
il grido più antico si accontenta
di un bacio, e anche il desiderio
non come fine a una vita del morire,
ma un sorriso pietosamente pallido.
L’occhio troppo in fretta la notte
vede foglie come respiro perso
nei più gelidi paesaggi del bicchiere
e a chi canta, a chi dorme tra gli stipiti
delle lune, terra coperta di denti come foglie.
La notte Venere mi confida d’un alito
che scivola sulla prua e branchi d’azzurri
guizzi come costole di bambini invenerati,
anemoni bagnati crepe brillanti d’aria
sepolte s’aprono nel mio cuore.
Tale nel crepuscolo, e annota ruvide carezze.
Lumi che vacillano e voci che nessuno
ebbe prima fanno indietreggiare l’infinito.
Forse muri calcinati nell’oliveto
scheletri morenti tra fradice stelle marine
possono liberare le pietà calate nell’abisso?
Ha il volto di un teschio, e
la barca si allontana con quelli dei mari
oscuri, degli arpioni accesi
degli occhi degli affondati sotto l’oscura
ghirlanda di un vespaio.
Cupo galoppo di cavalli piumati sopra
ciocche di capelli adagiate sul letto.





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IX

Dove l’acqua scorreva sogni e nulla,
Nettuno stava lì tra la murata
e fiato caldo di sapone antico.
Picchiavano goffamente i Tritoni
sui remi dal grembo marino
custodi ad amare come soldati
irrorando di lacrime pianure d’alghe,
migliaia di facce digiune.
Riposa il cavallo alla biada, io e il mio cuore
nel mezzogiorno come un Tifone.
Uomini sull’onda dei giorni
mordevano le suole,
correvano e non c’erano più;
le donne rose di mica disseccate
partorivano figli e maree
e tutto era come prima: In mezzo
a un lucente deserto l’inverno
coi suoi venti si dileguava
nella luce delle stelle.
Non più solo cavalli bianchi e lune
così fredde, così astute ai vetri.
Quando i mantici dei mostri
soffiavano sulle tempie dei morti
laceravano le carni e il sangue dei testimoni.
Le donne sull’uscio,
sgranavano rosari e conchiglie di sepolcri,
orizzonti d’atomi materni e merletti
sul mare più che di antiche nozze in su,
su rade di piroscafi e rimorchi.





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X

Filavano i nodi simili a grumi
sugli specchi splendidi di sale,
sui gelsi del giardino, negli angoli
in penombra come padri spirituali,
fra il taglio delle brezze, ai raggi solari
il vino delle bottiglie e cattedrali lustre.
Sulle ginocchia calde delle cantatrici.
Mare che olezza mare,con rapido passo
consuma il deserto molo
secca le radici,
i vivi e i morti l’armadio nella stanza
colmo di ventagli e remi.
Metalliche sonorità
vagano remote come molecole dei fuochi
sui fili della luce, come se camminassi
su una vivente energia alata,
e il pianto comune partecipe di brinose albe;
tre volte tanto come chi bacia la sua nuda terra.
L’oste taglia la feccia col lutto delle miserie,
l’ago della bussola s’allunga e marcia
e tocca il cielo la luna di purezza,
con la bocca spalancata.
Oltre questo c’è una luce sconosciuta
oltre l’ineffabile conoscenza, tace
prodiga di unghie carnose e nere
e tempeste, dove s’annida un vacillante miserere.








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XI

Dove dalle fasce senza fumo
risuonavano d’un antico tac di bambù
voci spopolate, il traino della vita
tra i fichi e i vilucchi in rovina,
madrevite dentro il profondo
mare d’ossa dissimulato.
Del fiato moribondo d’ogni luce
di candela mascherata,
la figura senza fisionomia e movimento.
Io pensavo a un corpo giovane
a una spiaggia imbiancata,
a una mensa d’ostriche con Poseidone.
A sera, le acri timolacee e le resine
tremavano nella corteccia, come
ali nere d’uccelli fuggiasche
alle porte di bronzo a dire dove siamo.
Abbaglio fino di lino bianco,
bianco di tutte le lune
bianco sulle spine
mentre aspetto che scenda
su un foglio d’angolo reciso
da vetri arcobaleno la metafora
della notte che risuona sempre lontana.
Lontana dal fondo aperto di un letto
ignoto, quando l’uomo dorme…









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XII

Quando contro ogni sedimento
il tempo di vacanza morì
in una sala del nostro affidarsi
per documento e memoria,
e le immagini giacevano ammucchiate
sul pavimento nelle sue costruzioni più oltre.
Rideva il tuo schietto disdegno
dal sole illuminato, baluginiero d’agosto,
con le sue selve di more mature
e le erbe piegate al fiato di nitido vento
dove si confondono gli ultimi mari
gli ultimi quartieri spogliati,
strangolìo di remi pietrificati
bianco vasellame del mare.
Nedelia cenere negli occhi, nel bicchiere
tremava di scheggia come una pietra eterna,
spezzato ogni senso che permetteva
di afferrare il mondo nel paesaggio
della brusca coscienza.
Per me, per me venivano
giorni e sogni con la mortale fatica
seduto in una stanza al sole
cavalli bianchi e lune
i mille giorni come un’era sferzati.











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XIII

E sempre,
allo sfregamento di sartiame e mosche
frana la mascella dei dolori
tra le ridde dei suoi spigoli e sembianze
la follia di Cassandra in quel suo
canto addormentato d’ordito e trama
di cristallo e pietra di Medusa.
Là a indicare una selva di Minerve
fradice di mosto e morti
aggrappate ai suoi fianchi scherni
con l’edera sul ventre,
torpedini i capelli, sugli stragli.
E in paese, nelle gole più nude d’alcool
cani, polli e putti imbrattano
i soffitti dei suoi nove cieli
soffoca la terra nel bruciato di sentina.
Vedo una danza d’ulivi sul muro
e un volo d’uccelli senza ali.
Un frammento d’erbe porta
lische di pesche e olio di faggio,
carte da gioco e onde piene di gigli d’ossa.














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XIV

Per me, per me venivano
come rimbombi i suoi profeti e i ricordi
d’ un confine della pena dai remoti abissi,
i fiocinanti.
Il mare sospira con le ciglia aperte.
Il piede che sonda i suoi molli gemiti.
Oh quel mare!
Siete qui, siete là!
Al dolore solitario, alla solitudine dei corpi
dove si bagnano le lune.
Dove dormi.
Nella casa ci sono quattro specchi
dove danzava la tua immagine.
Ci sono porte lasciate senza serrami
e finestre dove il vento soffia libero
scuotendo la polvere degli anni.
Anni antichissimi alla morte totale.
C’è un brusio nell’aria tiepida della notte
un brusio d’uccelli sul nespolo
e un mare di tormenti presso la porta,
che intessono sospiri nell’arte del canto.
C’è un dio ancora ignoto e mille sembianze
fino alla sua trasformazione ideale.
Così ci guardava:
La luna la nostra ragazza
sotto nuvole bianche in un bagno di umanità
i pini con gli uccelli sui venti ingialliti
magri e sparuti a norma di spiriti
dal profilo di lame e polvere
quasi fosse un dio con le sue pene d’argento
e una canzone alle labbra che dovevamo lenire



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un salire di scale in rovina
con quel codice antico sottobraccio
di acetilene e baci di cherubini
dai cuori annoiati per fare uscire
nell’etere la parola e la libertà.
Parlavano i pini con lingue di resina
i capelli di Circe sciolti in ardesia,
il mare riempiva le sue stive di sale
di catene, di passi e di gemiti
ruotavano utensili e metalli
come immemori pianeti delle Officine.



























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XV

Deliri e doni d’amore illuminati
da lampade e candelabri, gocce di tepore
barche ormeggiate alla maniglia della porta
dove demone in carne in solchi di fosforo
il gatto del vecchio Bottegaio sonnecchiava
in mantelli neri prodigiosi
e i marinai vanno per nere giade,
a spezzare quelle catene
su isole e scogli in tardi sguardi
inzuppati di lacrime urticanti.
Forse i gabbiani sono spiriti
dell’antichità coperti di sale.
I più rappresentanti ai quali
è permesso godere i frutti della propria
aria salmastra, d’un frammento di legno
della croce, le reliquie d’un tabernacolo
di madreperla come si faceva un tempo,
e nella memoria così maculata
il neonato steso sul dorso nel bianco di Carrara
giocava con la paglia, incenso del’Antica Dinastia.
Come canta l’usignolo sul pesco fiorito
sull’eucalyptus, sulle ostriche a nuvole
dove le stelle in pergamena
vigilano e vegliano il pianto dei bambini
occhi come spato d’Islanda.









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XVI

Quando l’ultimo tramonto incanutì
dal cordoglio, e un altro si fece seppellire
nel suo orto per naufragio.
Ora, qualche frammento di quelle croci
attesta la mia gratitudine:
E’ lì che il mare si fa vecchio.
E lì trova tale enunciazione del fatto.
Così, abissi di impedite mani,
barche affondate
sinistre comete
addormentati imbrogli, e lune,
rescindono di fatto gli incroci sull’eterno
i vincoli degli astri nelle notti intersecate
da cui si rinnoverà per modo moderno
a far rientrare pietosamente quelle grinfie,
come uno schiaffo può lasciare l’impronta
sulla faccia di un uomo, come
sulla faccia senile di Bonifazio mare.

















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XVII

Lo sai; io vengo dagli spiri di occasioni,
da ogni grido salino sulla sua perla
dai moli che sommuovono con la polvere
degli astri il fruscio immenso delle rade.
Così sparso tra gli Alisei
e il secco della sua gente, il fiato umido
e forme di fecondazione,
ronzante ancora Odisseo nostalgia.
Bella fuga di maree che s’accende
al fuoco d’un ripostiglio senza occhi
tra un vomito di vento e l’ombra
di un’aloe senza età sulla pietra dei ricordi
con l’occhio d’una luna di seta
sopra le due mammelle di Medusa
appollaiata dietro la sua vendetta di baci
sulle nubi a oriente, dove rivela
la maschera di magnolia e cipresso,
i numeri dell’arcobaleno da un sogno
naufragato nelle secche.
E già il Greco piega canne palustri
al fiato delle gole.
Sei sola nella tua casa dei saponi
spiriti languenti nell’uliveto
l’usignolo canta, come sei sola
sotto la magnolia in fiore.
La tua gonna di raso trema come
medusa nel pianto pietrificato.
E io dico al fiore dell’universo: Agave!
Metti per me ciglia di mezzaluna!
Unghie di diavolo!
Lingue lucenti!
E sotto le mie palpebre, nasci di nuovo.
Sulle pareti, sulle ceneri, sulle pietre degli
scorpioni.







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XVIII

…Poi, compaiono le punte
il golfo, i gabbiani, le anatre spose
il fiume, i panni stesi.
E’ lì, lì sotto la sabbia che sono le radici:
L’albero del pane
L’albero dell’amore
L’albero della sofferenza.
E una tomba che non puoi visitare,
e i morti sognano con gli occhi dei vivi.
Come una sottile trama alla base del divenire
l’acqua sfugge dalle dita, trattiene
molecole d’esistenza,
il più grande stupore ai risvegli,
i misteri delle stelle e dei pianeti
che mai abbiamo visto se non la loro
luce trapassata, luce e materia
che fluttuando ci consuma.
Ah, se l’acqua del mare non fosse d’altre cose
tutte le lacrime cadute dal cielo muto…
E’ il seme che riprende a germogliare
nel corpo della vita nei suoi momenti
essenziali a quella solitudine della terra.
Se non fossero logore ed esauste le ossa
imbiancate del gesso mortale,
sotto una betulla spenta.









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XIX

Anche se il mondo genera uomini
mortalmente gelidi sotto una fiaccola
nel pallore lunare come piume di cigno
mi giunge il suo stridore di latta, di libri
attraverso tronchi e strade e palazzi
dove galleggiano automobili e foglie
antropizzate di atomi primordiali e ossa
e figli disperati sul cuore
sospinti da uomini morti
e agonizzanti delitti sotto la luna,
mentre fuggono con code di pesci mostruosi
fino al ventre del mare.
E i pesci hanno i vermi
e gli occhi spenti
dove navigano gli anemoni e le maree
colme di lacrime sotto i ponti d’aria grigia.
Il mondo beve amarezza perpetua
nel riposo delle ultime scaglie
e misura il crudele silenzio
del dolore inchiodato ai chiodi di Cristo
più d’ogni remissione di coloro che muoiono
senza morire:
-Toglietemi i chiodi!
-Datemi una frusta-amore di conchiglie!
-Un’apparizione singolare senza corona di spine!
E di nuovo rotola il mare sulla bianca distesa.








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XX

Ho visto gli ultimi gabbiani
navigare come relitti di un’appendice
e il cielo insonne restare muto di stupore,
la chiglia di una nave tagliare l’agonia
come un coltello affamato taglia il pane.
L’occhio d’un delfino lacrimare sale
e quello di cenere di un bambino accendersi
d’amore sul ranuncolo spezzato nel calice,
la lanterna d’una casa alla porta delle brezze
sostare nel tramonto e sostituire il sole.
La luna con un fiore rosso tra i capelli
lacrimare al tepore del fuoco di vecchie spine
e le fiamme come mani d’oro pallido
destare i sogni di un bambino al sorgere e calare,
e udito la civetta col topo sul fico e il suo rantolo.
Ho visto la bocca della notte 
soffiare sulla cenere delle stelle e rinvigorirne lo splendore,
nei loro occhi l’eterna età l’impietrito rigore,
e monti e mari e genti in ogni pietra le sue forme
scolpite di compassione come mani di donna
 che dormono dentro i pensieri vicino al cuore.
Una chiara luce come uno spirito soffocato
risplende sul mare immoto.












24

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XXI

Cinquanta ninfe di mare
portavano il tirso in groppa
al carro del sole tirato da foche leopardo.
E ali nel cielo di caffè e tabacco
per volare sulle tue labbra.
Un vecchio mirto giaceva supino
nella gramigna e il suo grido
scorreva nel pianto vestito di bianco,
negli occhi delle solitarie lontananze
nella luce a scacchi delle persiane.
Nel suo andare quieto
Sotto gli alberi del nostro boschetto
il tempo dissipato a tale venerazione
dove morì anche l’ultimo azzurro
sepolto nel mare e il porpora dei vini
sui tralci curvati con la loro barbetta aguzza
senza più accordi:
La luce blu brilla nel guscio della notte
e come al principio dei prodigi
donne sulla riva si svestono
come bambine dal viso docile,
odore di ginestra e uccelli selvatici
fino alla torre su cui tramontava il sole.
-Gettate sale al vento benigno per me!










25
XXII

Dalle fessure di ciò che resta di essenziale
dal cammino ripetuto e consumato, il passato,
il presente, l’imperscrutabile istante,
quell’alitare in onde emuli di luce
quel fioco travaso guardingo e cauto
maturato al buio in presidio senza voce.
E a fiotti teso l’orecchio del nostro sorgere
verso il modulati agnelli
vividi vortici d’intatti lucignoli
il silenzio nel quale la luce si dilapida
allucinante e scompare…
l’accosto dell’alba in schegge di esalazioni
progressivo crepuscolo attraverso i vetri:
Barlumi, sprazzi, infusi dei mordenti bracieri.
Ammessi dubbi e affanni, tutto
ridesta il tepore incerto dei fuochi d’una volta
il mistero della incongrua penombra
e i loro messaggeri che ci amarono tenaci
da tempo ormai fuggiaschi
come amici senza traccia e disconosciuti.
Per ravvivare la parentela di quelle parole
così lontane e offuscate nella coscienza
che più non domandano
d’essere riconciliate nel languire
rinnegate perfino nelle forme.









26
XXIII

L’ultima a venire al sonno è la luna
sul bianco carapace
spolpato fiore senza calice
gli ossami e gli scheletri alla promessa,
bianca di greco nel codice della parola
rifiorita in fuga eterna in sette direzioni.
Un’arsura serena
vecchia, oziosa e lenta
un quieto rifugio alla vita:
dalle caserme alle prigioni,
dagli ospedali ai manicomi
tale nell’amore per tanta terra che basti,
morti, a ricoprirci.
Riconosco la maestra di maree
fatta d’echi venati rosa
mentre bacia la verde rana
che s’accoppia nello stagno,
nel cielo appesa e vacillante
come una cipolla nuda
di basse stelle divorate
eternamente assopite.
Mi baciò abbagliandomi, a volte
col suo grande occhio lascivo
al fumo di dodici ceri
e il grugno roseo di Cupido
quando cedevo al sonno delle ciglia
nelle tenere lenzuola blu del suo grembo
e c’era la sua immagine come sangue
appesa alla finestra della stanza.





27
XXIV

Ma forse tu fosti umanamente
più bella e dolce del liquore nelle bottiglie
tra gli accordi delle forme dei tritoni
o il grido molle delle vecchie meduse
quando a quelle stesse genti
che ti avevano accolta
fin dove andavano a bere latte e miele
le pecore del mare di Nettuno
fu solo sete demente?
Quando i letti sono freddi d’amore
al sale e al muschio delle alte maree
i venti hanno perduto l’alito della perplessità
e una veste di ragazza arde di immaginazione
sullo sfondo di vampe sotterranee.
A milioni vanno alle spiagge con un vestito
di candido ormeggio come nuvole sulle gabbie
bocche in groviglio di vele, fili e melodie
ubriachi di quell’orrida fanghiglia leggendaria
senza che il mare si dà pace
come l’antico navigante che vaga sotto insegne
spoglie e perdura in quel sonno
di bevande e brezze abitato d’arcipelaghi
sulla porta della taverna degli idilli profumati.












28
XXV

Andate dove bevono le bestie
gli umidi sapori diluviati.
Quando i venti della scoperta si tuffano
dalle scogliere sulle rive delle notti umane
sulle persiane adolescenti diroccate
e vie antiche come arche disfatte a fiotti
a cui nessuno più ritorna come gioventù.
E’ certo l’ignoto ci tocchi
simile un bambino rintanato e triste
con la sua barchetta odorosa d’inebrianti
desideri aperti agli uragani
mentre esplora la chiglia
una piccola pozza come ritrovato mare
intriso di rollii e singhiozzi.
Tanto vale imputridire come ali di farfalle
spinte nel buco caldo d’un muro
simile a un seno inginocchiato
perchè a quei passi io mossi per un gioco
nello sfoggio dei sensi in cui rifioriva
la natura come braccia e mani
sull’alito rosso del tramonto,
sotto navi lucenti coperte di rugiada.













29
XXVI

Sull’albero maestro gocce di fosforo
tracce e sogni con occhi di cenere
coi suoi martiri di memorie
e voci chirurgiche del vento,
sventola la sera corrotta e incatenata
dalla parte più fredda
la bandiera dei nostri cent’anni.
E ancora più indietro la primavera semina,
l’urto del nitrito contro il rumore dell’onda
il popolo vecchio tutto d’un colpo
alleato al vino delle conchiglie
esalava la quiete del crepuscolo
si disperdeva nelle sabbie in marcia.
Incastrato sotto la grena d’uno scoglio
un pezzo di ramo dell’orto
con una sola gemma dell’innesto
unita a un riccio fatto a scudo
l’alambicco del riposo su un mare
ubriaco d’olio dove battono i cuori
come tana di cultura.















30
XXVII

Il marinaio ossido di ferro e vascello
inizia il pianto quando devoto nel cuore
ha un debito d’inedia per il compagno,
risuonano defunti rintocchi
di campanelle e vini senza fondo
dove dormono i morti abbracciati
in quelle cattedrali dove il vento sparge sale
fiori e fuoco e arde la luce calda del Meridione
fino in fondo al bosco primitivo d’uccelli neri.
Il suo monumento gigantesco ha la febbre
dei padri, le sere di studio  
la tomba dei poveri e il vuoto d’acque fini;
ditemi della pace nell’estasi nell’esilio
ditemi dei mari accesi nella scoperta
dei rudi perdoni che fremono nelle vene.
Nè figure negli specchi dissenzienti
nè vino nei bicchieri
dissetano le notturne ragioni su quelle rive
come un mancato svolgimento
troppo rozzo accanto a legni feroci galleggianti,
tutta la sua umanità, la bellezza che non muore.














31







(SHABEK)

...infine giunsero con le mute maree)
Dove il mare è una risacca
la terra dei pochi,
la torre saracena a guardia della luna.
I pensieri, l’alchimia dei popoli
Mi presero per mano.
Origliano i venti,
ballano le candele
alano le lunghe cappe nere
cozzano le chele e soffiano i Nicchi
su cristalli e pietre prigionieri.
E dentro le mura, le mura
che hanno saputo donare e soffrire,

servire e celare 





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